Scrivere un articolo che parli di educazione sessuale nelle scuole italiane può significare due cose: esaurire il discorso con un «Si continua a fare ancora ben poco», o provare ad articolare ragionamenti che andrebbero a sollevare innumerevoli altre domande che parlano di politica, alterità, vita quotidiana, rapporto tra scuola e genitori, laicità e chi più ne ha più ne metta.
Il dibattito è acceso, le risposte istituzionali poco chiare e chi ne parla il più delle volte sventola il baluardo della protezione delle e dei più piccoli, finendo spesso per strumentalizzarli e privarli, di fatto, di una serie di diritti. A questo si aggiunge un elemento nuovo, che rende tutto ancora più confuso: la presenza dei media digitali e la strana idea che li lega in modo ambiguo al sesso, spesso inquadrandoli come fonte di corruzione e depravazione.
Lo sfondo di tutto questo, chiariamolo da subito, è un approccio patriarcale e paternalista per il quale, a difendere le e i più piccoli, ci pensiamo noi adulti. Nel frattempo, le e i minori restino lontani da ogni cosa che possa evocare il sesso, sia essa la pornografia, il sexting o un corso di educazione sessuale tenuto, magari, da chi potrebbe dire che nel mondo ci sono tante forme di amore o che il desiderio e il piacere possono essere vissuti in modo non sofferto, consapevole e consensuale.
Questo vuoto educativo – e prima ancora culturale e sociale – avviene al netto di alcune posizioni, come quella dell’Onu, che inscrive l’educazione sessuale tra i diritti umani da garantire, o quella del parlamento europeo che, in una recente risoluzione, incoraggia gli stati membri a «introdurre nelle scuole un’educazione sessuale e affettiva completa e adeguata all’età dei giovani» e ricorda che «la mancanza di informazioni e di educazione in materia di sessualità mette a rischio la sicurezza e il benessere dei giovani, rendendoli più vulnerabili e meno preparati dinanzi allo sfruttamento sessuale, agli abusi e alla violenza».
L’Italia è uno dei pochi paesi europei nei quali l’educazione sessuale non fa parte dei programmi scolastici, a differenza di altre nazioni in cui troviamo cambiamenti recenti, come è accaduto nel 2017 per la Gran Bretagna, o percorsi di lunga data, come quello della Svezia datato 1955. In Italia il primo disegno di legge risale al 1975 e porta la firma del deputato Giorgio Bini del Pci. È l’inizio di una serie di innumerevoli tentativi, portati alla ribalta da differenti partiti anche in ragione di alcune problematiche rilevanti come la lotta all’Hiv – probabilmente vi ricorderete cosa è successo all’opuscolo di Perrone e Silver Come ti frego il virus che, anche se promosso dal ministero della sanità, ha trovato un grossa resistenza del ministero dell’istruzione, creando polemiche da una parte e proteste dall’altra. Tentativi di volta in volta insabbiati dall’opposizione di chi afferma che non sia il caso di parlare con le e i più piccoli di temi così «sensibili» e che hanno come ultimo esempio quello del 2015, quando l’allora ministra dell’istruzione Valeria Fedeli presentò il Piano nazionale per l’educazione con l’intento di superare disuguaglianze e pregiudizi, lasciando però tutti gli interventi in merito non obbligatori.
