Jacobin Italia

«Non si può dire più niente»

23 Marzo 2022

Come giornali e opinionisti di destra hanno inventato la fantomatica «dittatura della cancel culture»: casi di censura inventati o ingigantiti per demonizzare chi mette in discussione il potere del linguaggio

Di cosa parliamo quando parliamo della cosiddetta «cancel culture»? Siamo davvero davanti a un pericoloso tribunale del popolo le cui aule si estendono per quanto sono vaste le piattaforme social? Per rispondere possiamo procedere con cautela, muovendo i primi passi dai porti sicuri della conoscenza condivisa, ovvero dizionari ed enciclopedie. 

Per Merriam-Webster, si tratta di una «pratica o tendenza a impegnarsi nella cancellazione di massa per esprimere disapprovazione ed esercitare pressione sociale». La Treccani parla di un «atteggiamento di colpevolizzazione, di solito espresso tramite i social media, nei confronti di personaggi pubblici o aziende che avrebbero detto o fatto qualche cosa di offensivo o politicamente scorretto e ai quali vengono pertanto tolti sostegno e gradimento».

Eppure il viaggio nella cultura popolare di questo termine iniziò nel 1981 con una canzone del gruppo funk statunitense Chic, «Your Love Is Cancelled». Una metafora scelta dal chitarrista Nile Rodgers dopo un appuntamento rovinato dal comportamento di una donna, «cancellata» per aver cercato di usare la sua celebrità per far liberare un tavolo in un locale. Il verbo diventa popolare solo dieci anni più tardi, nei segmenti di pubblico afroamericani, grazie all’iconico gangster movie del 1991 New Jack City, quando lo sceneggiatore Barry Michael Cooper fece pronunciare al personaggio di Wesley Snipes, un criminale senza scrupoli, la frase «Cancella quella stronza, ne comprerò un’altra», lapidaria conclusione di un alterco con la fidanzata. Secondo la giornalista di Vox Aja Romano: «Dato quanto sia usato frequentemente per ripudiare il sessismo, è ironico che il concetto di ‘cancellare’ condivida il suo Dna con una battuta misogina».

Black Twitter e cultura nera

L’espressione, dopo esser stata ripresa nel corso degli anni da alcuni rapper (50 Cent e Lil Wayne), ha raggiunto la popolarità nel dicembre del 2014 quando, durante il reality show Love and Hip Hop: New York, il produttore discografico Cisco Rosado scarica la fidanzata Diamond Strawberry dicendole: «You’re cancelled». La sua uscita è stata immediatamente adottata e si è evoluta in quello che Clyde McGrady del Washington Post ha definito un «grande incubatore della creatività»: Black Twitter, la comunità afroamericana del social di notizie e microblogging. Dichiarare qualcuno o qualcosa «cancellato» su Twitter non aveva l’obiettivo di dare vita a un boicottaggio. Era più che altro un modo per dire al personaggio pubblico di turno: «Hai esagerato, smetto di seguirti, non hai più il mio supporto». Sempre per McGrady «’cancellare’ qualcuno è più simile a cambiare canale – comunicandolo ai tuoi amici e follower – che chiedere all’emittente di cancellare il programma».

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