Jacobin Italia

Palestina universale

15 Settembre 2026

-

Uno sguardo rivolto alla Palestina e alla sua resistenza, e uno piantato qui da noi: per rispondere alla domanda «Cosa significa essere palestinesi oggi in Italia?» bisogna predisporsi a un esercizio complesso, al di fuori delle cornici imposte

Maggio 2021. Milano, Roma, Bologna, Napoli. Durante la seconda primavera della pandemia, decine di migliaia di persone si riversano nelle piazze per denunciare il tentativo israeliano di sgomberare il quartiere di Sheikh Jarrah a Gerusalemme, importante tassello del progetto di giudaizzazione della Palestina. In quei giorni, la Resistenza palestinese risponde agli attacchi subiti dalla popolazione di Gerusalemme e all’ennesima profanazione della Spianata delle Moschee da parte dell’esercito occupante. La ritorsione di Tel Aviv è un massiccio bombardamento della Striscia di Gaza: dieci giorni di fuoco che causano 256 morti e decine di migliaia di feriti.

La primavera del 2021 ha rappresentato una svolta generazionale. Negli stessi mesi in cui l’omicidio di George Floyd per mano della polizia statunitense infiamma il globo, le strade italiane si riempiono di giovani afrodiscendenti, arabi e figli della diaspora. Ma cosa c’entra George Floyd con la Palestina? Come scriveva la poetessa Suheir Hammad, si può essere Born Palestinian, Born Black. Quelle settimane attivano nelle cosiddette «seconde generazioni» un senso comune di frustrazione e un profondo desiderio di giustizia, alimentato anche dalle restrizioni pandemiche che opprimevano le nostre città.

Studenti, fedayn 

La storia della presenza palestinese in Italia ha radici profonde. I nostri genitori sono arrivati qui per lo più tra gli anni Settanta e Novanta, spesso grazie ad accordi universitari che permettevano l’ottenimento di visti studenteschi dai paesi arabi in cui si trovavano come rifugiati, o dalla Palestina stessa. L’Italia era una meta ambita: il costo della vita era inferiore rispetto a Francia o Inghilterra e l’accesso agli atenei era relativamente più semplice. Molti studenti, in maggioranza uomini, beneficiavano inoltre di borse di studio finanziate direttamente dall’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (Olp).

Dalla fine degli anni Sessanta, la «febbre dei fedayn» – esplosa all’indomani della simbolica vittoria nella battaglia di Karameh in Giordania nel 1968 – crea le condizioni affinché migliaia di giovani nei campi profughi si avvicinino alla politica organizzata. Molti entrano nelle fila dei giovani di Al-Fatah (che deteneva la maggioranza all’interno del Gups, General Union of Palestinian Students), altri scelgono il Fronte Popolare (Fplp) o il Fronte Democratico (Fdlp). Spostandosi in Italia per studiare, questi giovani portano con sé quel bagaglio rivoluzionario. Partiti per assicurarsi un futuro dignitoso fuori dai confini imposti dal colonialismo, trovano in Perugia, città che ospita l’Università per Stranieri, la loro prima tappa obbligata.

Abbonati a Jacobin Italia per continuare a leggere