Jacobin Italia

Partigiani nella Selva

20 Settembre 2023

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La rivoluzione cubana mise a nudo i limiti dei partiti comunisti latinoamericani, diede parola a una nuova generazione di sinistra e aprì la strada della rivoluzione possibile per i «dannati della Terra»

Dalla fine della Seconda guerra mondiale, la politica militare degli Stati uniti si è concentrata sul possibile scontro con l’Unione sovietica in una guerra di tipo nucleare e gli interventi nei paesi del Terzo mondo non hanno avuto priorità militare. Tuttavia, la crescita dei movimenti di liberazione nazionale in un momento in cui gli investimenti in questi paesi crescevano di importanza, e soprattutto il loro successo a Dien Bien Phu (1954), Cuba (1959) e Algeria (1962) hanno costretto il governo statunitense a compiere una totale revisione della sua strategia militare. Dopo l’avvertimento guatemalteco del giugno 1954, all’inizio degli anni Sessanta la politica di difesa dell’emisfero viene riveduta, ampliata e rielaborata soprattutto perché si deve affrontare una minaccia proveniente dall’interno dei paesi, e cioè lo scoppio di tentativi insurrezionali capaci di sovvertire l’ordine politico-economico vigente, frutto della «penetrazione comunista».

«Dobbiamo dimostrare che sappiamo concedere energia, intelligenza, idealismo, sacrificio alla causa della sopravvivenza e del trionfo della società aperta, almeno nella stessa misura in cui i despoti russi sanno estorcere tutto ciò con la forza e a difesa del loro sistema chiuso e tirannico» (J.F. Kennedy, Discorso al Senato, febbraio 1959). Nonostante le brillanti premesse, il primo appuntamento della politica internazionale della nuova amministrazione Kennedy si rivela un fallimento sia dal punto di vista politico che diplomatico: il tentativo dello sbarco degli esuli cubani anticastristi a Playa Girón, nella Baia dei Porci, segna una svolta nei rapporti con Cuba. Dopo pochi giorni, il 16 aprile 1961, Fidel Castro imprime infatti un nuovo indirizzo politico-ideologico alla rivoluzione cubana: «Questo è quello che loro non possono perdonare: che qui, proprio sotto il loro naso, noi abbiamo fatto una rivoluzione socialista». 

Per scongiurare il diffondersi dei focolai di guerriglia nel subcontinente, un mese prima la Casa Bianca aveva lanciato una nuova strategia politica ed economica, ovvero l’Alianza para el Progreso, che consisteva in una concessione di crediti ai governi latinoamericani (venti miliardi di dollari) per promuovere riforme agrarie e fiscali. Nei fatti l’Alleanza, in misure diverse, servì a Washington per rafforzare i programmi di «penetrazione imperialista» e di «colonialismo culturale, economico e sociale». A supporto di questa strategia, dal 1962 al 1967 i «nuovi crociati della Guerra fredda» scatenarono colpi di Stato in serie in nove paesi della regione centro-sudamericana per reprimere i movimenti di guerriglia sorti all’indomani della vittoria dell’Esercito ribelle di Castro.

L’America Latina degli anni Sessanta e Settanta è condizionata da un rapido susseguirsi di episodi e circostanze che la segnano in modo essenziale e determinante: la rivoluzione cubana; le politiche contraddittorie dei presidenti Eisenhower e Kennedy; le trasformazioni della Guerra fredda e l’emergere della sua ultima variante, ovvero la «coesistenza pacifica»; la crisi dei missili piazzati da Kruscev a Cuba nell’ottobre 1962, e dal 1964, anno del rovesciamento del presidente João Goulart in Brasile, il catastrofico susseguirsi di colpi di Stato militari e le conseguenti dittature che imporranno un tipico modello economico di capitalismo monopolistico nelle economie sudamericane. Tutti eventi che hanno avuto un impatto profondo e duraturo sulla generazione che in America Latina e in Europa occidentale ha iniziato in quegli anni la sua militanza politica.

L’«eccezione cubana» 

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