Quando, tra l’inverno 2010 e la primavera 2011, Nord Africa e Levante eruttarono in un domino di rivolte per giustizia sociale e democrazia, il mondo si risvegliò dal torpore. Quel magma indistinto agli occhi occidentali – società percepite come monolitiche e sonnolente – stava facendo cadere a uno a uno regimi considerati specchi inamovibili dei loro stessi popoli. Nelle piazze classi sociali diverse, giovani, famiglie, adulti parlavano di eguaglianza sociale, pane, lavoro, libertà.
La sorpresa nello scoprire tanta vitalità nella società civile e politica araba defluì presto nel tentativo di attribuirle una ragione «occidentale», un’ovvia origine esterna. All’epoca assunse i contorni della «sollevazione social»: quelle masse si organizzavano grazie alla rete, prodotto del mondo «libero». Insomma, era un po’ roba nostra. Attente analisi, numeri alla mano, dimostrarono che così non era. Perché quel pezzo di mondo è da quasi due secoli in subbuglio costante. Affatto statico, affatto monolitico, molto globalizzato. Non tanto o non solo nella percezione di sé, quanto nella definizione che il Medio Oriente subisce dalla caduta dell’impero ottomano: un prolungamento europeo, un territorio da controllare con un colonialismo bianco più o meno diretto, da narrare come subalterno (a partire dalla mera «topografia», Medio Oriente, derivazione di una geografia eurocentrica).
Il filosofo palestinese Edward Said ha dato un nome a tale perdurante approccio: «La trasformazione dell’esatta, professionale scienza dell’orientalismo, la cui funzione nella cultura dell’Ottocento era stata il recupero di una parte perduta dell’umanità, ma che nel secolo attuale era diventata sia uno strumento politico sia un codice tramite cui l’Europa poteva interpretare sé stessa. […] La metamorfosi di una specializzazione filologica relativamente innocua nella capacità di affrontare movimenti politici, amministrare colonie, fare affermazioni quasi apocalittiche sulla difficile missione civilizzatrice dell’uomo bianco, avveniva nell’ambito di una cultura che si definiva liberale e vantava una lunga tradizione di cattolicità, pluralismo e apertura mentale».
Colonialismo permanente
Quel mondo, dicevamo, è in subbuglio da un paio di secoli ed è in subbuglio anche in contrapposizione all’approccio orientalista individuato da Said. A metà Ottocento i nascenti movimenti nazionalisti cominciarono a muoversi nelle maglie sempre più larghe di un impero ottomano in palese declino. Che tentò di salvare sé stesso con riforme modernizzatrici, le tanzimat. Tornarono indietro come un boomerang: da una parte avviarono una profonda rivoluzione sociale e culturale, dall’altra spalancarono le porte al futuro dominio europeo (su questo si veda Laura Guazzone, Storia contemporanea del mondo arabo, Mondadori università, 2016). La potente ondata di urbanizzazione delle classi rurali e il passaggio dell’autorità ai cosiddetti «notabili», classe dirigente delle nuove istituzioni locali e centrali, gettarono le basi per movimenti politici diversificati nell’ideologia (laici, religiosi, filo-europei, filo-ottomani) che da lì a pochi decenni avrebbero guidato la spinta sia elitaria che popolare verso l’indipendenza.

