Jacobin Italia

Ricchi di serie

10 Giugno 2021

Dal signor Drummond che nel suo attico di Manhattan strappa Arnold e Willis dai sobborghi di Harlem, fino al property porn, il vouyerismo delle dimore da sogno. La lotta di classe? Le storie in tv non la contemplano

Il simpatico riccone dai modi affabili è sempre stato uno degli elementi portanti dell’immaginario televisivo statunitense e, quindi, globale. Siamo cresciuti ammaliati dalla liberalità di Mr Drummond, possidente newyorkese che si prende in casa Arnold e Willis, gli orfani della sua ex governante di colore, trapiantandoli a Manhattan, lontani 45 minuti da Harlem (che avrebbe dovuto essere il titolo della serie Different strokes, in Italia, Il mio Amico Arnold). Prima di noi, una generazione di boomers ha seguito con affetto le avventure del ricco Zio Bill e dei suoi tre nipoti, sognando di vivere in un luminoso appartamento al numero 600 della 62esima strada, coccolati da un inappuntabile maggiordomo barbuto di nome Signor French. 

Certo, decadi di soap opera ci hanno mostrato il lato oscuro dei super ricchi privi di scrupoli, uomini e donne con principesche dimore in zone residenziali, talmente annoiati da avere come unico diversivo la persecuzione di personaggi belli e sfortunati della classe operaia. Ma, in fondo al cuore, restava grande spazio, impareggiabile slancio, per l’uomo facoltoso, quel man of means celebrato dalla sigla di Arnold, consapevole che servono different strokes per far muovere il mondo, superattico umano capace di alimentare la fede nell’ascensore sociale del sogno americano. Dopotutto, uno dei due strokes, dall’altra parte della scala di reddito, eravamo noi, e questo contribuiva a farci sentire se non cittadini di un mondo accettabile almeno non stranieri in un Upper East Side in cui non avremmo mai messo piede. 

Il lamento del bankster

Purtroppo niente, nemmeno Dallas, dura per sempre. «Una volta la gente amava l’uomo con la limousine» dichiara tra l’amaro e il beffardo Bobby «Axe» Axelrod, il bankster protagonista di Billions, «oggi gli tira le uova». Bobby talvolta appare stremato dalla lotta con la sua nemesi (il suo different stroke), il non miliardario ma soltanto molto, molto privilegiato procuratore Chuck Rhoades. Sa che la distanza tra «miliardario amato da tutti» e «riccone detestabile» tende ad allargarsi e stringersi secondo i capricci della sorte e le tempeste di sterco dei social. Non importa con quanto impegno nasconde alla gente il chiavistello di insider trading ed evasione fiscale con cui ha truccato l’ascensore, quando un billionaire entra in una stanza «è come una donna con due tette stupende, gambe perfette, sa esattamente cosa guarda la gente e che cosa vuole». 

Decine e decine di prodotti televisivi seriali tra il secondo e il terzo millennio hanno identificato tale oscuro desiderio come una forma di vendetta di classe a basso voltaggio. I privilegiati hanno scheletri nell’armadio? Vogliamo sbirciare, ma prima, di grazia, fateci fare un giro con il cappottino di Prada che penzola dalla gruccia. Los ricos también lloran? Non sono più gli anni Ottanta, divideremo con loro una coppa Martini di salatissime lacrime. Quando Brendon e Brenda Walsh lasciano il Minnesota per Beverly Hills 90210 scoprono che la bella società non è cattiva, ma che la disegnano così i più invidiosi. La cerchia di ricchi ragazzini viziati del luogo ha vestiti migliori ma più o meno i medesimi problemi, virtù nascoste a parimerito. Rodeo Drive in fondo resta a portata della middle class, a distanza di qualche semestre di profitto ben assestato. 

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