«Se c’è una cosa che, fin dagli anni Settanta, sappiamo bene è che, di per sé, l’istruzione di massa non genera affatto mobilità sociale, ma solo inflazione dei titoli di studio»
Luca Ricolfi
Il libro di Luca Ricolfi, La rivoluzione del merito (Rizzoli, 2023) è, prima di ogni altra cosa, un attacco diretto alla scuola democratica portato avanti con categorie interpretative in gran parte campate in aria poiché si fondano essenzialmente su una lettura dei processi di lunga durata della scuola italiana estremamente approssimativi, che non tengono conto degli studi già esistenti sul tema e, quindi, non raramente inesatti. Su questo argomento, come è ovvio, esistono studi importanti come quelli recenti di Monica Galfré (ne cito uno per tutti: Tutti a scuola, Carocci 2017) la cui bibliografia sarebbe sufficiente per colmare alcune lacune veramente macroscopiche del saggio di Ricolfi. Il sociologo non considera in alcun modo le grandi trasformazioni che hanno investito il nostro paese fra dopoguerra e anni Sessanta: industrializzazione, emigrazione interna, processi di partecipazione politica, sono tutti elementi ignorati per cui il suo saggio sul merito nel sistema scolastico del dopoguerra si regge di fatto sul vuoto (molti libri che cita presentano la sua stessa impostazione di fondo). Anche nell’analisi minuta delle singole riforme Ricolfi mostra una superficialità sorprendente arrivando, dunque, a conclusioni del tutto sbagliate. Come ha scritto l’economista Luigino Bruni su Il sole 24 ore: «ciò che ingenuamente sfugge a Ricolfi è infatti la natura tutta economica della retorica del merito: l’ondata di merito e di meritocrazia non è entrata nella politica e quindi nella scuola per merito dei pedagogisti e dei filosofi; è arrivata dritta dalle business school e dalle società di consulenza globale, che hanno importato la logica del business dentro ogni ambito della vita sociale».
Il tradimento «milaniano» della Costituzione
Ricolfi fonda tutto il suo ragionamento a partire da un errato punto di partenza cioè il fatto che ci sia stato un sostanziale tradimento della Costituzione da parte di una sinistra egualitaria che da subito avrebbe lavorato per disfare quello che i Costituenti avevano immaginato. Ci sarebbe da fargli notare quanti uomini e donne di sinistra, sinistra egualitaria, hanno contribuito a scrivere la Costituzione, ma sarebbe tempo perso. Mi sembra tuttavia necessario sottolineare come, per portare avanti questo tipo di discorso, Ricolfi abbia bisogno di individuare questo fantomatico soggetto contro cui scagliarsi.
Invece di prendersela con persone in carne e ossa, anche se morte e sepolte, come ha fatto, per esempio, sua moglie Paola Mastrocola nei suoi libri contro don Lorenzo Milani o Gianni Rodari, Ricolfi si inventa il suo nemico. Un nemico che, a sua volta, ha un nemico. Il nemico del merito. «Nessuno osa dirlo in modo esplicito, ma è questa la ragione per cui l’articolo 34 della Costituzione, fin dai tempi di don Milani, incontra tanta ostilità e indifferenza. Premiare i ‘capaci e meritevoli’ non piace perché, sotto sotto, si pensa che i loro successi siano frutto di privilegi: una famiglia benestante, un carattere robusto, doti naturali ricevute alla nascita. E poi perché si pensa che ogni riconoscimento dei migliori sia fonte di umiliazione per tutti gli altri, o susciti ansia e stress, o conduca a forme di competizione ‘tossiche’».

