Jacobin Italia

I mondiali sono la storia del capitalismo

6 Luglio 2026

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I campionati di Usa, Messico e Canada non descrivono alcuna dimensione geografica ma il contributo del calcio alla costruzione di un mondo in cui non esiste alcun fuori

I campionati mondiali di calcio sono uno dei pochi momenti in cui il Novecento sembra non essere ancora finito. Ogni quattro anni tornano in campo nazioni, bandiere, inni, rivalità geopolitiche e rivincite coloniali. Le nazionali continuano a scendere in campo con le loro divise colorate, ma quella realtà che fingono di rappresentare è la testimonianza di un mondo soppresso dalla velocità di processi economico-finanziari che stanno cancellando il rapporto tra identità e territorio.

Le principali nazionali europee hanno progressivamente integrato nelle proprie rappresentative giocatori di seconda e terza generazione (e forse l’assenza dell’Italia dai Mondiali per la terza volta consecutiva è frutto delle sue politiche sulla cittadinanza oltre che del clima politico attuale). Accanto a questo processo, si è affermato negli ultimi anni un fenomeno inverso: sempre più calciatori nati e formati in Europa scelgono di rappresentare le nazionali dei paesi d’origine delle loro famiglie. Così la nazionale della Repubblica Democratica del Congo si è presentata a questi Mondiali nord-americani con soli 6 dei 26 convocati nati nel paese: gli altri provengono dalla Francia e da altri paesi europei. Per il Marocco la situazione è analoga: solo 7 giocatori sono nati nel Maghreb, mentre la maggioranza della rosa è nata e cresciuta in Europa. Bosnia-Erzegovina, Algeria, Tunisia, Haiti e Capo Verde schierano più calciatori nati all’estero che nel paese che rappresentano. Estremo è il caso del Curaçao, il paese più piccolo mai qualificatosi ai Mondiali, dove un solo giocatore è nato sull’isola caraibica, mentre tutti gli altri sono nati nei Paesi Bassi. 

I media si sono divertiti molto nel sottolineare la presenza di ben quattro coppie di fratelli che giocano in nazionali diverse: Iñaki e Nico Williams, nati in Spagna, rappresentano uno il Ghana, l’altro la Spagna; Guéla e Désiré Doué, nati in Francia, giocano con Costa d’Avorio e Francia; Luckassen e Brobbey, nati nei Paesi Bassi, Ghana e Olanda; Harry e John Souttar, nati in Scozia, giocano rispettivamente con Australia e Scozia.

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Si è discusso delle motivazioni di questa controdiaspora, economiche per alcuni, identitarie per altri, spesso entrambe le cose insieme, certo è che questi mondiali di calcio hanno messo in scena la capacità del capitale di creare uno spazio completamente deterritorializzato, bianco e perfetto come i denti tutti uguali, che i calciatori di ogni nazionalità esibiscono durante gli inni nazionali, segno del loro privilegio di classe acquisito. 

Eppure se i mondiali continuano a essere uno dei più grandi spettacoli dell’industria culturale, questo processo di deterritorializzazione deve trovare nuove forme di territorializzazione sul piano simbolico.

È precisamente questo terreno quello in cui si muove il libro di Luca Pisapia, Il calcio è potere. Una storia critica dei mondiali da Mussolini a Trump (Einaudi), che legge il calcio «come il più efficace linguaggio universale in grado di raccontare attraverso il mito come si sono evolute le relazioni materiali tra gli esseri umani nel corso degli ultimi centocinquant’anni di storia». Pisapia ricostruisce la storia dei Mondiali come una storia politica del capitalismo, dalle sue forme novecentesche fino ai processi di finanziarizzazione.

Alle origini i mondiali sono così uno strumento di legittimazione dei totalitarismi europei, a partire dall’uso che ne fa il fascismo italiano, facendone uno dei principali dispositivi di celebrazione del mito della nazione. Sarà però nel dopoguerra che la Fédération Internationale de Football Association, la Fifa, inizia ad assumere un ruolo economico oltre che ideologico, governando la contrapposizione tra i blocchi e poi sostenendo la stagione postcoloniale, in cui i Mondiali diventano uno strumento di legittimazione per regimi autoritari e dittature. Il mondiale argentino del 1978 rappresenta da questo punto di vista lo snodo definitivo, in cui da un lato viene rappresentata l’apologia della Giunta Militare di Videla, dall’altro, con la partnership di Coca Cola, si inaugura il primo modello strutturato di global sponsorship esclusiva applicato a un evento sportivo (è un modello a cui le leghe professionistiche degli Stati uniti si ispireranno solo diversi anni più tardi).

È da qui che gli introiti della Fifa iniziano a crescere vorticosamente accompagnando i mondiali in una fase di piena integrazione nella società dello spettacolo. Il calcio si frammenta, si dematerializza, diviene un unico vortice di immagini destinate a scorrere sempre più velocemente sugli schermi. Gli appassionati vengono messi in quarantena davanti alle televisioni, mentre gli spalti diventano i foyer di una classe di privilegiati che può spendere qualche migliaio di dollari per assistere a uno spettacolo di improvvisazione teatrale in cui gli interpreti recitano con l’ausilio di un pallone.

Parallelamente la Fifa diviene compiutamente un’entità sovranazionale capace di negoziare con gli Stati, condizionare legislazioni, orientare investimenti pubblici, sostenere speculazioni finanziarie e ridefinire gli spazi urbani attraverso la costruzione di nuovi impianti sportivi. Infine, nell’epoca contemporanea, la Fifa si fa interprete della capacità del capitale di organizzare e governare lo spazio globale, in cui assumono un ruolo decisivo movimenti finanziari e fondi sovrani di paesi come Qatar e Arabia Saudita, a cui, non a caso, vanno i mondiali del 2022 e del 2034. È così che un ente privato senza scopo di lucro è arrivato ad avere un fatturato paragonabile a quello di una multinazionale e oltre 13 miliardi di ricavi.

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Il potere della Fifa però non si misura solo in termini economici. Pisapia richiama le Mythologies di Roland Barthes per leggere la storia del calcio attraverso le figure che ne hanno incarnato l’immaginario. Meazza, Eusebio, Pelé, Beckham, Cristiano Ronaldo, sono ciascuno nel proprio tempo i santi di una religione laica che riafferma continuamente sé stessa salvo alcune temporanee eccezioni: la nazionale ungherese del 1954, «che supera la rigida divisione del lavoro della fabbrica fordista»; Garrincha, «il cui corpo replica la struttura disarticolata del corpo senza organi deleuziano»; il salvadoregno Mágico González, «irriducibile agli ordinamenti della produzione capitalista»; e Diego Armando Maradona, «la cui eccedenza rivoluzionaria è irriducibile ai dispositivi dell’industria culturale».

Sono però eresie che la Fifa riesce ad anestetizzare, escludere o colpire mortalmente, e che non possono rappresentare un’essenza perduta del calcio, un’età dell’oro da recuperare perché «il calcio non è mai stato innocente». Quando gli stadi erano il luogo di incontro delle classi popolari era perché il calcio rispondeva a un altro modello di business e a diverse meccaniche di consumo: la vicinanza fisica del pubblico ai giocatori è sempre stata un’illusione ottica.

La storia del calcio è la storia di un potere che non incontra mai un limite, come quando trasforma il cambiamento climatico in un hydration break per spot pubblicitari. Così l’aggettivo «mondiale» non descrive più la dimensione geografica del torneo, quanto il contributo del calcio alla costruzione di un mondo in cui non esiste alcun fuori. 

Parafrasando il filosofo inglese Mark Fisher potremmo dire che «è più facile immaginare la fine del mondo che la fine dei campionati mondiali di calcio».

*Andrea Natella è sociologo, pubblicitario e design fiction artist. Ha attraversato le controculture degli anni Novanta dal cyberpunk al Luther Blissett Project e creato guerrigliamarketing.it. È stato consulente per la comunicazione istituzionale del ministro della salute.

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