Abbiamo sottoposto una serie di domande ad alcuni collettivi giovanili, variegati tra loro e sul territorio nazionale. Una tavola rotonda virtuale in cui far emergere letture della condizione giovanile e della politicizzazione, o meno, in atto. Ci siamo posti la questione se esista o meno una specifica condizione giovanile, quali siano i suoi problemi principali e perché i e le giovani hanno partecipato più di altre classi di età al recente referendum costituzionale sulla giustizia. Poi, cosa ha spinto a scendere in piazza accanto alla Flotilla e anche se le persone giovani si mobilitano abbastanza oppure no. Abbiamo ancora chiesto se esistono limiti nelle organizzazioni esistenti e su quali priorità pensano che un o una giovane si impegnerebbe di più oggi.
Alcune attiviste e attivisti dei centri sociali del nord-est
La condizione che caratterizza le persone giovani è la precarietà. Una precarietà economica, ambientale, sociale. Questo fatto crea spirito di sopravvivenza, rassegnazione e l’internalizzazione dell’idea che non possa esistere un’alternativa. Il voto al referendum per la componente giovanile non è stato tanto un voto sulla giustizia, né un voto per l’opposizione, come hanno poi dimostrato le elezioni amministrative. È stata l’occasione per esprimere un dissenso diffuso verso un sistema politico di cui il governo Meloni è la massima – seppur non l’unica – espressione. Perché non c’è un rifiuto della politica, ma di questo modo di fare politica.
Per quanto riguarda le mobilitazioni su Gaza, le giovani generazioni sono vissute in un mondo in cui non è pensabile un’alternativa, quindi era forse necessario uno stimolo esterno per accendere le coscienze. Ma il genocidio è esterno solo geograficamente. Quello che accade in Palestina, per quanto su scale ovviamente diverse, è ciò che accade nei nostri territori, da cui viene estratto valore, umano e ambientale, e da cui viene cacciato chi vi è radicato. Quando una persona giovane vede una persona palestinese vede un proprio possibile futuro estremo e distopico. La Flotilla ha colpito a fondo anche quelle poche coscienze non ancora smosse perché, dopo anni di mobilitazioni, è stato il primo reale tentativo di provare a contribuire fisicamente allo sforzo palestinese, mettendo i propri corpi a rischio. Come recita uno degli slogan di quelle piazze: «Volevamo liberare la Palestina, la Palestina sta liberando noi».
Quanto alle mobilitazioni, dopo anni di scarsità, sempre più giovani non solo ritrovano un loro spazio nelle piazze e nei movimenti, ma si assumono anche ruoli di responsabilità e di spicco. Rispetto all’idea canonica della militanza, il piano sociale e culturale è ora di centrale importanza. Interessante è inoltre la diversa partecipazione di genere: le figure femminili, non solo nei collettivi transfemministi, stanno prendendo uno spazio che è stato generalmente – bisogna dirlo – molto maschile. La partecipazione è comunque troppo bassa. Il nostro lavoro deve quindi essere duplice: far capire alle persone che se vivono strutturalmente male non è una loro colpa individuale, e dimostrare che non solo «un altro mondo è possibile» ma è ormai necessario. Le organizzazioni devono saper trasmettere un’idea ormai caduta nel dimenticatoio: insieme possiamo. Viviamo in un tempo in cui le tematiche da affrontare sono talmente tante che non esiste la priorità nelle lotte: ambiente, guerra, lavoro, migrazioni. Più importante della singola campagna è la capacità di tenere assieme la pluralità delle tante questioni.
