Il rapporto della Gen Z con il lavoro sta cambiando. Non perché il lavoro abbia di fatto perso centralità, ma perché cambiano le aspettative e i significati che gli si attribuiscono. Non siamo di fronte a una fuga dal lavoro, ma piuttosto a una sua trasformazione valoriale.
Nel libro Quitter, NEET e senso del lavoro in Italia (Utet, 2026), Sonia Bertolini osserva come la Gen Z, almeno per quanto riguarda la componente maschile, sia meno legata agli ideali di «posto fisso» e carriera lineare, mostrando una maggiore disponibilità a cambiare più spesso occupazione nella propria vita lavorativa e attribuendo più importanza al benessere fisico e mentale, alla conciliazione vita-lavoro e alla possibilità di godersi amicizie e tempo libero. Una prospettiva che sembra contrapporsi nettamente a quella dei Millennials, una generazione che ha interiorizzato profondamente l’idea secondo cui sacrificio e disponibilità illimitata sarebbero stati prima o poi ricompensati sul piano professionale, e che proprio per questo è stata definita la «generazione burnout».
Tre aspetti vengono tuttavia spesso trascurati in questo ampio dibattito. Il primo riguarda le differenze intragenerazionali. Dietro l’immaginario di una generazione che tende, uniformemente, a mettere il lavoro in secondo piano si cela una realtà molto più articolata, in cui convivono una pluralità di significati attribuiti al lavoro. Ad esempio, la possibilità di considerare il lavoro uno spazio di realizzazione personale e ricerca di senso, è più diffusa tra i giovani provenienti da contesti sociali privilegiati e con livelli di istruzione più elevati. Per chi proviene da contesti svantaggiati e possiede titoli di studio medio-bassi, invece, il lavoro continua ad avere una funzione per lo più strumentale, cioè legata prevalentemente al salario. In questo senso, la possibilità di «decentrare» il lavoro è spesso anche una questione di privilegio. Il secondo aspetto riguarda il rapporto con la rappresentanza collettiva. La Gen Z è cresciuta in un periodo storico in cui i sindacati hanno progressivamente perso centralità nei luoghi di lavoro e capacità di intercettare il mondo giovanile, che prevalentemente si muove in settori caratterizzati da elevata frammentazione, forte turnover e rapporti di lavoro discontinui. Per molti giovani, il sindacato non rappresenta più un punto di riferimento naturale, riflettendo un certo indebolimento del senso di identità collettiva del lavoro. Il terzo aspetto riguarda la progressiva normalizzazione della precarietà nell’esperienza dei giovani Gen Z, i quali sono stati esposti a condizioni di instabilità lavorativa ancora prima dell’ingresso nel mercato del lavoro attraverso l’alternanza scuola-lavoro introdotta dalla Legge 107/2015 (la cosiddetta «Buona Scuola»). In numerosi casi, esperienze presentate come occasioni propedeutiche al mondo del lavoro si sono tradotte in attività prive di reale valore formativo, forme di lavoro gratuito svolte in assenza di adeguate tutele e in condizioni poco sicure.
Il mito sfatato del turismo
Le trasformazioni nel rapporto tra Gen Z e lavoro sono particolarmente cruciali nei settori che fanno storicamente affidamento sulla disponibilità di forza lavoro giovane. Tra questi rientra il turismo, la cui centralità della componente giovanile deriva da alcuni tratti distintivi del settore. In primo luogo, il turismo offre numerose occupazioni entry level, caratterizzate cioè da basse barriere all’ingresso in termini di esperienza e competenze specifiche richieste. In secondo luogo, la stagionalità dei flussi turistici favorisce modelli organizzativi basati sulla flessibilità del lavoro e sul ricorso a una forza lavoro temporanea e facilmente sostituibile.
