L'alba del terzo millennio è caratterizzata da una difficoltà di immaginare il futuro che non ha precedenti nel passato. L’ostacolo non è più tanto la cosiddetta «fine della storia», quella chiusura nella spietata economia del capitale, abbandonato senza freni a una danza macabra e ripetitiva, quanto la «fine del mondo», ormai assunta quasi come un’ovvietà.
Almeno questo è chiaro: il mondo del tardocapitalismo è quello del collasso ecologico planetario. La fusione tra tecno-economia e biosfera è sotto gli occhi di tutti. Si chiama Antropocene l’età della terra in cui gli umani osservano gli esiti devastanti e mortiferi di questa fusione asimmetrica, in cui la natura è stata erosa fino a scomparire. Ma la violenza dell’intromissione non sarebbe stata possibile senza l’implacabile e incandescente sovranità del capitale.
L’impotenza prevale. Così l’immaginario contemporaneo oscilla tra l’auspicio inconfessabile che nulla cambi, che il tempo si fermi, o almeno si reiteri nell’eterno ritorno dell’uguale, e l’attesa angosciosa per «l’incidente del futuro», in cui già anni fa Paul Virilio intravedeva l’esito catastrofico dell’«integralismo scientifico». Il gioioso clamore prometeico minaccia di soffocare in un rantolo apocalittico.
La «fine», tremenda e imperscrutabile, ha agitato nei secoli il mondo. Ma questa fine ha oggi un significato reale, tremendamente asfittico. Non si tratta quindi più solo di «fine della storia», quella macabra profezia neoliberista che negli ultimi decenni ha ripetuto there is no alternative!, non c’è alternativa, alla spietata economia del capitale.
La «fine del mondo» è ormai data per scontata, anzitutto dalle scienze empiriche: climatologia, geofisica, oceanografia, biochimica, ecologia. Ma non si possono ignorare gli innumerevoli richiami di filosofi e antropologi. Déborah Danowski e Eduardo Viveiros de Castro hanno indagato le paure della «fine» nel saggio pubblicato nel 2014: Esiste un mondo a venire? Sono state in particolare due donne, Isabelle Stengers e Donna Haraway, a parlare di resistenza nei «tempi catastrofici» della distruzione capitalistica e di sopravvivenza in un «pianeta infetto».
