Ernesto De Martino apre la sua trattazione su La fine del mondo dichiarando che «una qualsiasi risposta a come possa e debba essere ‘domani’ il mondo comporta la domanda preliminare se ‘domani”’ vi sarà un mondo e se oggi non vi sia il rischio che almeno certe forze cospirino alla sua fine». Scritto nel 1964, il problema della fine del mondo posto da De Martino si manifesta ancora adesso con una forza inaudita. L’emergenza continua degli anni Zero si è trasformata in una crisi perenne, suddivisa in tante crisi minori e sovrapposte che si intrecciano e aggravano a vicenda, e la cassetta degli attrezzi che abbiamo sempre utilizzato sembra una scatola di ferrivecchi, inservibile a riparare i danni.
De Martino parlava di fine in senso culturale, ma anche una fine culturale può essere preludio di una fine concreta, dal momento che «la civiltà umana può autoannientarsi […] e impiegare le stesse potenze del dominio tecnico della natura secondo una modalità che è priva di senso per eccellenza, cioè per annientare la stessa possibilità di una cultura». Che le due crisi siano collegate lo dimostra il fatto che i disastri ambientali, le bolle finanziarie, il precariato strutturale e la pandemia di Covid-19 sono tutti eventi che la coscienza contemporanea inserisce nello stesso quadro di riferimento: una «insidiosa apocalittica occidentale […] caratterizzata dalla perdita di senso e di domesticità del mondo, dal naufragio del rapporto intersoggettivo umano, dal minaccioso restringersi di qualsiasi orizzonte di un futuro operabile comunitariamente secondo umana libertà e dignità»; una «apocalittica senza escaton», cioè senza salvezza.
De Martino è stato il primo ad accostare l’orizzonte culturale e i rischi impliciti nell’operato dell’uomo sul pianeta all’intersoggettività e al vissuto individuale nei suoi tratti psicopatologici, cercando antidoti alla fine dell’umanità nel modo in cui singoli individui avevano affrontato la fine del proprio mondo. E bisogna ammettere che, soprattutto in questi ultimi mesi, la correlazione tra il ripiegamento in una sfera privata sempre più asfittica e l’inibizione dell’azione politica non è mai stata così evidente.
L’impressione è che l’una sia conseguenza dell’altra, che l’individualismo sia un prodotto dell’apatia politica e che questa, a sua volta, conduca alla rassegnazione, in un circolo vizioso impossibile da spezzare. Ma interpretare tutto con la lente della causalità non aiuta a sbrogliare la matassa. È forse più utile approcciare la crisi perenne del nostro presente da un’altra angolazione, come ha provato a fare Jared Diamond, studioso sui generis,in un libro in cui mescola vissuto personale e riflessioni storiografiche, intitolato laconicamente Crisi. Quasi a voler far propria l’intuizione di De Martino, Diamond associa le tappe di elaborazione delle crisi personali dei singoli individui alle misure messe in campo dagli stati nazione nel corso di alcune crisi socio-politiche del passato. Lo strumento utilizzato è quello dell’analogia fra la ricostruzione storiografica e la letteratura medico-scientifica sulla terapia della crisi, un’operazione ambiziosa e che può dirsi riuscita solo in parte.
C’è un elemento dell’analisi di Diamond che si rivela particolarmente valido per interpretare la fase attuale. Diamond individua come fondamentale alla risoluzione delle crisi di qualsiasi tipo il processo di cambiamento selettivo: «non essendo possibile né auspicabile che gli individui e le nazioni cambino completamente […] la sfida diventa, tanto per le nazioni quanto per le persone in crisi, capire quali parti della loro individualità stiano già funzionando bene e non vadano modificate, e quali invece necessitino di un cambiamento». La crisi, per dirla con De Martino, comporta «la perdita di modelli culturali in una situazione che non può più utilizzare quelli familiari» e impone a chi la affronta un processo di innovazione culturale. Per superare positivamente una crisi, sostiene Diamond sulla scorta della psicologia clinica, bisogna innanzitutto riconoscere il proprio stato, accettare la propria responsabilità – cioè la propria capacità di fare qualcosa per affrontare la crisi stessa – e tracciare un confine: identificare e delimitare il problema da risolvere, selezionando quali elementi scartare e quali conservare del proprio vecchio modello di comportamento.
