Nei film, specie se di produzione hollywoodiana, salvare il mondo è qualcosa di elitario. Pochi eroi coraggiosi, magari armati di superpoteri, sfidano e sconfiggono le forze del male.
Nella realtà, quasi mai le cose vanno in questo modo. Salvare il mondo è un processo collettivo, un qualcosa che solo grandi gruppi di persone organizzate e determinate possono fare. Con buona pace della Marvel.
Oggi il mondo è attraversato da tre crisi: sanitaria, climatica ed economica. La prima ha già ucciso oltre due milioni di persone e non accenna a fermarsi; la seconda ha costretto decine di milioni a migrare e rischia tra le altre cose di desertificare un quarto delle terre emerse; la terza ha già lasciato a casa oltre duecentocinquanta milioni di lavoratrici e lavoratori. Attorno restano le grandi questioni di sempre, che si intrecciano a tali emergenze risultandone un pò causa e un pò effetto. Parliamo delle diseguaglianze economiche, della povertà, dello strapotere di alcuni gruppi, delle discriminazioni di ogni genere.
Il Green New Deal: la soluzione?
Partendo da queste considerazioni nell’universo della sinistra statunitense e anglosassone è nato il concetto di Green New Deal. Molto discusso anche in ambito accademico, è divenuto popolare grazie a politici come Bernie Sanders e Alexandria Ocasio-Cortez e gruppi giovanili come il Sunrise Movement. Si tratta di un grande piano di investimenti pubblici che usi l’indispensabile transizione ecologica come leva per rafforzare il lavoro e il welfare state.
