Che si tratti di una landa desolata e radioattiva come in Mad Max, di una città tentacolare, inquinata e sovraffollata come in Blade Runner o di una coltura intensiva di esseri umani per alimentare una luciferina intelligenza artificiale come in Matrix, c’è qualcosa che non cambia: il futuro non è un luogo accogliente.
La distopia è oggi il principale paradigma estetico e narrativo degli scenari del futuro prossimo. La diffusione di prodotti fantascientifici, dai fumetti ai film e alle serie tv, fino al mercato in continua crescita dei videogame, è tale da rendere le loro ambientazioni un indice significativo dello stato in cui versa l’immaginario collettivo. Il tardo capitalismo è ossessionato dalla sua fine: le storie che funzionano e che dalla carta stampata giungono sulla scrivania dei grandi produttori di Hollywood hanno spesso al centro una catastrofe imminente, un evento che annulla ogni speranza per il futuro. Delle mura invisibili cingono la nostra immaginazione, per rendere impensabile, se non in termini catastrofici, un futuro privo dei connotati rassicuranti del presente. Se, come recita il mantra di Realismo capitalista di Mark Fisher, è più facile immaginare la fine del mondo che del capitalismo, allora gli scenari distopici – almeno per l’uso che se ne fa oggi – sono gli strumenti tramite cui sancire l’impensabilità di un’alternativa, chiudendo le prospettive future in un circolo di eterna santificazione del presente.
Non che la distopia e la fantascienza abbiano sempre avuto questa funzione, anzi. Basti pensare a 1984 di George Orwell o a Mondo nuovo di Aldous Huxley, entrambi strumenti letterari di denuncia politica. Proprio questa costitutiva tendenza alla proiezione viene oggi piegata a mezzo di controllo delle masse.
Anche se un tale uso normalizzante degli scenari distopici cerca di impedire l’immaginazione di futuri alternativi, c’è ancora per la fantascienza la possibilità di portare avanti una critica dell’esistente. Il Solarpunk, ultima corrente nata all’interno di questo genere, è un tentativo di immaginare una risposta costruttiva e collettiva al degrado soffocante del tardo capitalismo, una strategia per uscire dalla gabbia dei futuri distopici e per pensare un mondo pacificato, prospero e sostenibile. Gli scrittori e le scrittrici afferenti a tale corrente sono impegnati a spezzare il dogma dell’impensabilità di un futuro alternativo, ambientando le loro storie in un avvenire non lontano e basandosi su soluzioni reali ai grandi problemi che affliggono la società attuale.
Si tratta quindi di un nuovo modo di immaginare il futuro che solo negli ultimi anni ha ricevuto un nome e un’identità ben precisi. Le prime tracce ufficiali di Solarpunk sono del 2012, con la pubblicazione in Brasile del volume Solarpunk: Histórias ecológicas e fantasticás em un mundo sustentável a cura di Gerson Lodi-Riberio, seguito poi nel 2014 da un articolo di Adam Flynn Solarpunk: Notes Toward a Manifesto. Il termine diviene sempre più conosciuto, soprattutto sul web (solarpunkanarchist.com) e sui social, dove si discute di sostenibilità ambientale, critica al capitalismo, risorse rinnovabili e comunità resilienti in lotta con la gentrificazione. Le prime apparizioni in Italia sono recenti, del 2020, grazie prima all’editore Future Fiction, che pubblica il volume Solarpunk. Come ho imparato ad amare il futuro, a cura di Francesco Verso e Fabio Fernandes, e poi a Delos digital che dà alle stampe Attacco al sole. La prima antologia Solarpunk di autori italiani, a cura di Franco Ricciardello.
