Lo scorso mese di gennaio, il decimo anniversario della rivoluzione egiziana del 2011 è passato senza tante cerimonie. Dieci anni dopo, 60 mila prigionieri politici si trovano in carcere, a ricordare che l’attuale regime del presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi è ancora terrorizzato dalla memoria. Nel corso di questo decennio, le prospettive per la sinistra in Egitto non sono state favorevoli. La diffusa repressione dell’opposizione ha fatto sì che le voci critiche contro il regime non fossero in grado di organizzarsi politicamente.
In questo contesto repressivo, Alaa Abd el-Fattah, autore di You Have Not Yet Been Defeated, è stato uno dei critici più tenaci e di alto profilo dello stato autoritario egiziano. Nel suo libro Alaa Abd el-Fattah tenta di difendere l’eredità della rivoluzione contro i suoi detrattori e di testimoniare il continuo uso della violenza per sopprimere l’opposizione da parte del suo governo.
Dei 60 mila prigionieri politici attualmente detenuti dallo stato egiziano, Alaa Abd el-Fattah, familiarmente chiamato Alaa, è senza dubbio il più famoso. Critico convinto di tutti i governi postrivoluzionari del paese, ha trascorso la maggior parte degli ultimi dieci anni in prigione. Alaa è stato imprigionato dai tre governi di Hosni Mubarak, Mohamed Morsi e al-Sisi. La sua opposizione ai governi autoritari egiziani gli ha procurato sostegno in tutto il mondo e in Egitto l’hashtag #FreeAlaa è una presenza costante sui social media dal 2006.
Storicizzare Alaa
Per comprendere il significato di Alaa, bisogna collocarlo nel contesto del lungo declino di oltre mezzo secolo della sinistra egiziana. Non è un’esagerazione sostenere che la sinistra egiziana non si è ripresa dalla sconfitta del 1967 contro Israele nella Guerra dei sei giorni. Quella sconfitta simboleggiava non solo la fine del panarabismo, ma soprattutto del socialismo arabo.
Dopo la morte di Gamal Abdel Nasser nel 1970, Anwar Sadat, il terzo presidente egiziano, ha avviato la politica della porta aperta, o Infitah, un progetto che ha portato l’Egitto ad adottare i principi del libero mercato e una politica estera favorevole agli Stati uniti. Questo nuovo riallineamento geopolitico includeva la firma di un trattato di pace con Israele, l’adozione degli adeguamenti strutturali raccomandati dal Fondo monetario internazionale e dalla Banca mondiale e l’instaurazione di legami più stretti con l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti.
Quest’ultimo passaggio ha portato all’infiltrazione del wahhabismo in Egitto e all’emancipazione della Fratellanza Musulmana, che ha cercato di opporsi ai nasseriti e alla sinistra egiziana. Indipendentemente da quelle che si vedono come le cause strutturali di questo declino, è indiscutibile che, quando Hosni Mubarak è salito al potere nel 1981, la sinistra egiziana era sostanzialmente fratturata.
Il progetto politico di Mubarak ha proseguito le politiche filocapitaliste avviate da Sadat. Mubarak ha costruito legami più forti tra le élite economiche egiziane e la classe dirigente, ma ha continuato a reprimere i partiti politici. Il 25 gennaio 2011, il popolo egiziano è riuscito a deporre Mubarak dopo aver occupato per diciotto giorni piazza Tahrir al Cairo. Quando Mubarak è caduto, non esistevano partiti popolari o meccanismi democratici per riempire il vuoto.
Mentre i rivoluzionari del 2011 sperimentavano l’espressione democratica in piazza, i Fratelli Musulmani – l’unico partito organizzato a cui era permesso di esistere – presero il potere. Mohamed Morsi venne eletto presidente nel giugno 2012, in seguito a elezioni frettolose e contestate. Nell’estate del 2013, Morsi è stato rimosso con un colpo di stato popolare. Rimanevano gli stessi problemi: le forze controrivoluzionarie erano in grado di aggirare gli oppositori del regime che, nonostante avessero la determinazione di affrontare lo stato, non erano in grado di rovesciare le vecchie strutture di potere.
È in queste condizioni decisamente poco invidiabili che Alaa è venuto alla ribalta come uno dei critici più perspicaci e assidui dello stato egiziano.
Un’educazione radicale
La natura unicamente online della politica di Alaa ha senso una volta che si prende in considerazione la natura dell’attuale stato egiziano. Il web ha fornito agli attivisti comunità e anonimato, due armi contro uno stato pronto a reprimere l’opposizione. All’interno di questo mondo di attivismo online, Alaa si è affermato come uno degli oppositori più perspicaci dello stato egiziano.
Spesso descritto dai suoi sostenitori dentro e fuori l’Egitto per i suoi sforzi nel promuovere il giornalismo cittadino online come un «rivoluzionario digitale», l’ingegnere del software Alaa si è fatto un nome come blogger e attivista politico. Per un’intera generazione di egiziani che hanno raggiunto la maggiore età nell’era postrivoluzionaria, Alaa è stato un emblema del dissenso politico. Ha documentato la rivoluzione di gennaio pubblicando video sui social media e blog sulla miriade di proteste che hanno avuto luogo in seguito. Nonostante sia stato arrestato numerose volte prima e dopo la rivoluzione, Alaa ha continuato a scrivere e condividere informazioni sugli abusi compiuti per mano dello stato egiziano.
Da settembre 2019 Alaa è detenuto nell’ala di massima sicurezza del complesso della prigione di Tora. È stato trattenuto in custodia cautelare con l’accusa inventata di appartenere a un’organizzazione illegale e di diffondere informazioni false. La Suprema Procura per la Sicurezza dello Stato rinnova regolarmente la sua detenzione. Le condizioni della sua detenzione attuale sono le peggiori delle sue molteplici detenzioni fin dal 2006. Alaa non ha accesso a materiale di lettura, luce solare o acqua pulita.
Alaa proviene da una famiglia con una ricca storia di attivismo e dissenso. Suo padre Ahmed Seif el-Islam, avvocato per i diritti umani, fu arrestato nel 1983 per dissenso contro il governo e venne imprigionato per cinque anni. Sua madre Laila Soueif è un’attivista politica, professoressa di matematica all’Università del Cairo e sorella del famoso romanziere egiziano Ahdaf Soueif. Anche la sorella di Alaa, Mona Seif, è un’attivista che usa la sua piattaforma per segnalare le violazioni dei diritti umani del suo governo. È attraverso i post di Seif sui social che i sostenitori di Alaa possono ricevere aggiornamenti sulle sue condizioni. L’altra sua sorella, Sanaa, è una regista e attivista che sta attualmente scontando una pena detentiva di diciotto mesi.
Gli intrecci tra la vita familiare e politica di Alaa sono la fonte del modo profondamente personale in cui scrive e parla di resistenza. In un’intervista del 2006, ha detto:
La parola attivista non ha senso. È stata inventata come parte di una grande cospirazione per dividere il mondo in quelli a cui importa qualcosa e quelli che non lo fanno o qualcosa del genere. Credo che non ci siano attivisti e non attivisti, ci sono solo atti di attivismo e gradi di impegno, e in questo senso, sì, sono stato cresciuto per essere un attivista. Forse prima del 25 maggio il mio impegno politico era solo una scusa per passare del tempo con mia madre. Le proteste contro la guerra del 2003 e del 2004 sono state in realtà un ottimo modo per vedere mia madre e mio padre condividere qualcosa. In qualche modo il tempo trascorso insieme era più privato che nelle grandi riunioni di famiglia.
Il modo di Alaa di descrivere gli eventi politici è di situarsi sempre in relazione alla sua famiglia. È come se vedesse la stessa protesta politica come un affare di famiglia a cui non poteva relazionarsi spassionatamente.
Documentare la Rivoluzione
You Have Not Yet Befeated è una raccolta di saggi, testi dal blog, interviste e post sui social media di Alaa, assemblati insieme alle sue dichiarazioni pubbliche davanti al pubblico ministero. È la testimonianza di una vita trascorsa all’opposizione e, come suggerisce il titolo, un appello contro la disperazione. Gli scritti della raccolta spaziano da blog carcerari, riflessioni sul 2011, dichiarazioni di solidarietà con la Palestina e commenti sullo stato della tecnologia e della sorveglianza.
Un numero consistente dei saggi in questo libro – originariamente pubblicato sul quotidiano egiziano di sinistra Mada Masr – è stato portato di nascosto fuori dalla sua cella e tradotto in inglese dalla sua famiglia e dai suoi amici per essere ripubblicato in questa raccolta. Pochissimi resoconti del 2011 emersi negli ultimi dieci anni catturano l’intensità emotiva del momento e la tragedia delle sue conseguenze con la stessa perspicacia di Alaa in You Have Not Yet Befeated. Questi saggi sono una lettura necessaria per chiunque voglia comprendere l’ultimo decennio della politica egiziana.
Apparentemente, la raccolta sembra essere strettamente connessa ad Alaa; tuttavia, la sua prospettiva serve da lente nella vita politica contemporanea in Egitto. Come suggerisce il titolo, You Have Not Yet Befeated è un tentativo di incoraggiarci a guardare oltre la sconfitta come struttura per interpretare gli eventi della rivoluzione di gennaio:
Non so se la rivoluzione è finita o meno. La rivoluzione è un processo storico. Quando dico sconfitta intendo nel senso di una battaglia. Ma continueremo ad esistere, e visto che continueremo ad esistere, continueranno a esserci altre lotte.
Il volume va letto come un tentativo di instillare nei lettori la forza d’animo per le lotte a venire.
Alaa è stata una delle prime persone in Egitto a iniziare a utilizzare Facebook e Twitter per quello che sarebbe poi diventato noto come citizen journalism. Nel libro ci sono commenti politici diffusi come post Facebook, dichiarazioni al procuratore di stato e tweet insieme ai suoi articoli long form. Questi ultimi prima di essere ristampati in questa raccolta sono stati pubblicati su testate egiziane come Al-Shorouk e Mada Masr, nonché su giornali in lingua inglese come il Guardian. In You Have Not Yet Befeated i confini tra diario personale, dichiarazione ufficiale e giornalismo sono sfumati.
You Have Not Yet Befeated è davvero un libro sulla rivoluzione di gennaio e le sue conseguenze. Non nella forma di una semplice registrazione giornalistica degli eventi, ma nel tentativo di trasmettere le passioni e le frustrazioni che il momento ha reso possibili. Attraverso i saggi disposti in ordine cronologico, il lettore ha un’idea di come la voce di Alaa cambi mentre la sua prigionia continua e il mondo intorno a lui sembra sempre più impermeabile al cambiamento.
L’attenzione alla dimensione personale non è quindi semplicemente un capriccio di forma; è testimonianza del fatto che, in Egitto, i confini tra il personale e il politico non sono rispettati dalle autorità politiche. Ad esempio, non è raro che la polizia egiziana fermi le persone nel centro del Cairo e chieda di vedere i loro account Facebook.
La memoria di piazza Tahrir
Piazza Tahrir è stata sia un’esperienza collettiva che personale per Alaa: questa è la tensione centrale del suo libro. Alaa scrive e parla spesso in modo autoironico del suo personale coinvolgimento nel movimento di opposizione egiziano. Ad esempio, nel novembre 2013, twittava: «Déjà vu, sabato sto per consegnarmi di nuovo alle autorità. Il mio arresto sempre imminente ormai è uno scherzo ricorrente in Egitto».
Il rapporto di Alaa con la sua storia di prigionia è complesso. Nei primi anni postrivoluzionari, ha abbracciato una visione un po’ romantica del valore di affrontare l’establishment. Nel suo stile tipicamente emotivo, ha scritto nel dicembre 2011:
Andiamo in piazza per scoprire che amiamo la vita al di fuori di essa, e per scoprire che il nostro amore per la vita è resistenza. Corriamo verso i proiettili perché amiamo la vita e entriamo in prigione perché amiamo la libertà.
Bisogna confrontare questa affermazione, piena di ottimismo, con un’altra fatta da Alaa tre anni dopo: «All’oppressione che subisco si aggiunge il fatto che trovo che questa prigionia non serva a nulla. Non è resistenza e non c’è rivoluzione».
Il filosofo tedesco Theodor Adorno una volta ha affermato che «per un uomo che non ha più una patria, la scrittura diventa un luogo in cui vivere». Alaa è la prova che quella frase è veritiera. Non è che abbia rinunciato alla sua patria. Piuttosto, lo svuotamento dell’opposizione extraparlamentare allo Stato egiziano in seguito alla rivoluzione ha lasciato i radicali senza una comunità politica. È impossibile capire cosa caratterizza unico Alaa senza riconoscere questo fatto fondamentale.
Confondere gli scritti di Alaa con riflessioni solipsistiche significherebbe quindi non cogliere il punto. È al suo meglio quando scrive sulla brutalità dello stato egiziano. In To Be With the Martyrs, For That Is Far Better, pubblicato nell’ottobre 2011, documenta l’orribile massacro di Maspero. Trecento egiziani sono rimasti feriti e trenta, per lo più cristiani copti, sono stati uccisi dalla polizia, che ha falciato i manifestanti con mezzi corazzati vicino all’edificio dell’Unione Radiotelevisiva Egiziana.
All’epoca, l’incidente venne ignorato dai media statali, che continuano a negare il coinvolgimento dei militari negli omicidi. Il racconto di Alaa è agghiacciante proprio perché non cerca di nascondere le sue emozioni. La perdita è stata collettiva, ma anche personale. Mina Daniel, una delle compagne Tahrir di Alaa, rimase uccisa a Maspero. Poco dopo, Alaa venne arrestato per il suo coinvolgimento negli eventi. Sua moglie era incinta di otto mesi e partorì mentre lui si trovava in prigione.
Alaa tiene fortemente presenti le lotte internazionali in tutto il Sud del mondo. La Palestina in particolare è costantemente citata nei suoi scritti. Alaa ci ricorda quanto la causa palestinese sia strettamente legata al movimento anti-regime in Egitto. In un’intervista del marzo 2014 Democracy Now!, mette a confronto le tattiche dei militari israeliani ed egiziani:
È quasi come se stessero copiando dagli israeliani. Sradicano gli ulivi, demoliscono le case. Quando avviene un attacco contro i militari, vanno a demolire le case delle famiglie che sono imparentate con le persone che accusano dell’attacco.
Nel 2018, il New York Times pubblicò un articolo che esponeva le operazioni segrete tra l’esercito egiziano e quello israeliano. Tali rivelazioni mostrano che il confronto tra i due regimi non è superficiale.
Alaa, non dobbiamo dimenticare, è il prodotto delle condizioni sociali e storiche in Egitto che rendono impossibile l’azione collettiva e l’organizzazione politica. Ciò significa che la resistenza assume sempre più la forma di singoli atti eroici. In questo contesto, è comprensibile che una figura come Alaa possa essere alla ribalta in Egitto e nel mondo come simbolo di opposizione all’autoritarismo.
Alaa non è affatto ingenuo e riconosce questa tensione. Nel saggio che dà il titolo al volume scrive:
Cosa bisogna fare di un personaggio politico, strappato dal suo contesto fisico e umano ordinario? Come vivo in quanto simbolo per quanto iconico possa essere… Alaa Seif, Alaa Abd el-Fattah è stato il personaggio che ho interpretato nella sfera pubblica. Ora… Non lo so.
Per quanto Alaa sia una figura notevole, la politica socialista non può procedere idolatrando gli individui. Il compito della sinistra in Egitto e nel mondo deve essere quello di costruire un movimento più grande di ogni singolo individuo, per creare una forma di resistenza che non dipenda dal martirio. Non dovremmo leggere questo libro facendo un’eccezione per Alaa. Al suo meglio, tenta di parlare e di dare vita a un movimento più grande di lui.
Alaa libero, Sanaa libera assieme a tutti gli altri prigionieri i cui nomi vengono dimenticati.
*Nihal El Aasar è un ricercatore egiziano che vive a Londra. Questo articolo è uscito su JacobinMag. La traduzione è a cura della redazione.

