Jacobin Italia

Accumulazione illegale e borghesia

14 Giugno 2023

Senza un sistema di rapporti che affonda nella società e nei suoi gangli produttivi, la mafia sarebbe soltanto una forma di criminalità tra le altre, marginale sia dal punto di vista politico che da quello economico

Umberto Santino, fondatore nel 1977 del primo centro studi sulla mafia sorto in Italia, poi intitolato a Peppino Impastato, è autore di vari saggi sul fenomeno mafioso. Con lui abbiamo dialogato sul significato e la lettura mediatica e politica prevalente dell’arresto di Matteo Messina Denaro, sulla trasformazione organizzativa della mafia negli ultimi decenni, e sul concetto di «borghesia mafiosa», di cui Santino è uno dei principali teorici.

«La mafia è un insieme di organizzazioni criminali che agiscono all’interno di un vasto e ramificato contesto relazionale, configurando un sistema di violenza e di illegalità finalizzato all’accumulazione del capitale e all’acquisizione e gestione di posizioni di potere, che si avvale di un codice culturale e gode di un certo consenso sociale». Partendo da questa tua definizione come possiamo leggere l’arresto di Matteo Messina Denaro e l’uso politico della sua narrazione? Vi è il rischio che l’enfasi posta sul vertice in un’organizzazione articolata possa distogliere sia la società civile che la politica dalla complessità del sistema e del potere mafioso?

La mia definizione, sintesi del paradigma della complessità, nasce dall’esigenza di integrare i paradigmi formulati dalle scienze sociali che si sono occupate di mafia. Li ricordo: i paradigmi giuridico-istituzionale, giuridico-organizzativo, imprenditoriale, culturale, politico, sociologico, che colgono solo un aspetto del fenomeno mafioso, mentre a me pare che esso sia il frutto dell’interazione tra i vari aspetti. 

L’arresto di Messina Denaro pone almeno due problemi: quello del ruolo della magistratura e degli investigatori e quello del contesto e del sistema relazionale.  Trent’anni di latitanza, parecchi passati nei pressi di casa sua, possono spiegarsi con le modalità usate da magistrati e forze dell’ordine, a volte in conflitto tra loro, e con un contesto che si configurava come un sistema relazionale diffuso e articolato, che lo ha coperto quasi fino all’ultimo. Il procuratore capo De Lucia ha tenuto a dire che non ci sono state trattative, che non si è consegnato, che l’arresto è frutto di un’indagine, certo facilitata dalla malattia, ma in ogni caso con le carte in regola. Una dichiarazione che rispondeva a sospetti, illazioni, dietrologie, esplicite o implicite nei commenti subito dopo la notizia dell’arresto.

L’idea di mafia in circolazione è quella di un’organizzazione decimata da arresti, processi e condanne, senza un capo e senza una cupola che, nella fase corleonese, era formata da fedelissimi di Riina, scelti da lui dopo aver eliminato fisicamente capi che non condividevano la sua linea, dominata da un surplus di violenza nei primi anni Ottanta con l’assedio al vertice del potere, la gestione monopolista dell’accumulazione illegale legata al traffico di droga, e poi con le stragi dei primi anni Novanta. Ancora oggi, per le stragi consumate in Sicilia o sul piano nazionale, si parla del concorso di Berlusconi e Dell’Utri, ma non so se si arriverà a incriminarli. Pare una partita che viene tenuta aperta, in mancanza di un finale credibile. Anche nel processo sulla Trattativa, dopo le condanne in primo grado che coinvolgevano anche soggetti esterni all’organizzazione, in appello ci sono state le assoluzioni con la motivazione che il fatto (l’aver trattato con mafiosi) non costituisce reato, invocando la ragion di Stato, cioè la trattativa aveva lo scopo di evitare che le stragi continuassero. Per la Cassazione il fatto non è stato commesso dai soggetti incriminati, si potrebbe ipotizzare che l’abbiano commesso altri soggetti, imprecisati e imprecisabili. In definitiva quelli che ne escono peggio restano sempre i mafiosi, a cui la Cassazione ha voluto concedere la prescrizione, retrocedendo il fatto a tentativo non riuscito.

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