Jacobin Italia

Dov’è finita la società della conoscenza?

10 Dicembre 2020

Vent’anni fa la Carta di Lisbona lanciava la prospettiva della società della conoscenza. Senza adeguati investimenti pubblici e offensiva delle lotte ha avuto esiti più distopici che progressisti o rivoluzionari. Come mai?

el 2000, a Lisbona, i governi europei misero su carta un obiettivo per il primo decennio del nuovo millennio: «Diventare l’economia basata sulla conoscenza più competitiva e dinamica del mondo, in grado di realizzare una crescita economica sostenibile con nuovi e migliori posti di lavoro e una maggiore coesione sociale». Quel traguardo richiedeva di «predisporre il passaggio verso un’economia e una società basate sulla conoscenza migliorando le politiche in materia di società dell’informazione e di Ricerca e sviluppo, nonché accelerando il processo di riforma strutturale ai fini della competitività e dell’innovazione e completando il mercato interno; modernizzare il modello sociale europeo, investendo nelle persone e combattendo l’esclusione sociale; sostenere il contesto economico sano e le prospettive di crescita favorevoli applicando un’adeguata combinazione di politiche macroeconomiche».

L’idea della società della conoscenza ha avuto un duplice ruolo nel pensiero e nella prassi politica della sinistra a cavallo del millennio. All’interno del dibattito europeo, indicava un obiettivo politico e sociale che facesse da contraltare all’unione monetaria varata a Maastricht nel 1992, fornendo alle forze progressiste, anche a quelle ancora non pienamente compromesse nel quadro neoliberista della Terza Via proposta in quegli anni dal Labour party britannico di Tony Blair, un orizzonte d’azione all’interno della cornice dell’Unione europea, e all’Ue una ragion d’essere agli occhi di quelle stesse forze. L’obiettivo «della piena occupazione in Europa nella nuova società emergente, maggiormente adeguata alle scelte personali di donne e uomini» in un quadro di coesione sociale e sostenibilità ambientale doveva essere una sorta di New Deal neokeynesiano del nuovo millennio. Per la verità, il disegno non era privo di contraddizioni e ambiguità fin dall’inizio: le parole «flessibilità» e «liberalizzazione» ricorrono spesso nel testo di Lisbona, lasciando spazio a un’interpretazione minimale della società della conoscenza come sistema di flexicurity (modello di welfare che tiene insieme alta flessibilità del lavoro e ammortizzatori sociali) che accompagni lavoratori e lavoratrici verso la competitività nel nuovo mercato globale dei servizi digitali. L’ambiguità, in ogni caso, è stata spazzata via dalle politiche di austerità messe in campo in risposta alla crisi del 2008: dall’equazione della competitività sono sparite le politiche industriali, formative e di coesione sociale, lasciando spazio esclusivo alla compressione salariale e alla riduzione della spesa pubblica. Un modello che in Italia, per la verità, imperava già dagli anni Novanta, e che con la Grande Recessione è divenuto la norma. Nei documenti che promettono di porre fine al ciclo dell’austerità, quelli prodotti dal Consiglio europeo a luglio e ottobre del 2020 per lanciare il programma «Next Generation Eu» per la ripresa, la parola «conoscenza», semplicemente, non compare.

Centralità dei saperi e sinistra di inizio millennio

Ma l’idea della società della conoscenza ha avuto anche un ruolo che va oltre i ristretti confini della normativa europea, ed è diventata, di fatto, uno dei principali orizzonti teorici della sinistra di inizio millennio, nelle sue varie forme, nell’interpretazione di una serie di fenomeni connessi alle trasformazioni del capitalismo nell’era post-fordista: dalla finanziarizzazione dell’economia allo sviluppo del digitale, dalla deindustrializzazione e terziarizzazione delle società occidentali alla progressiva automazione della produzione, dal crescente ruolo del simbolico e dell’immateriale nella produzione e nel consumo alla contraddizione tra la natura intrinsecamente cooperativa della conoscenza e la privatizzazione dei saperi, e così via. 

A cavallo del millennio, intorno ai testi di autori come Manuel Castells, Ulrich Beck, Zygmunt Baumann, André Gorz, Jeremy Rifkin, Naomi Klein, la coppia Michael Hardt-Toni Negri, un non ancora pop Slavoj Žižek e molti altri, si discuteva di età dell’informazione, di copyleft, di reti e rizomi, di capitalismo cognitivo, di una produzione di valore che incorporava più saperi che sforzo fisico rispetto al passato, e pur con analisi e letture ovviamente diverse, in particolare rispetto al futuro del lavoro, ci si misurava tutti e tutte con l’idea che intorno a una crescente connessione tra economia e conoscenza si stesse giocando una partita fondamentale nella ridefinizione dei rapporti di potere tra le classi. 

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