Quando nella mia città abbiamo organizzato per la prima volta uno sciopero per il clima, non avevamo idea di quante persone saremmo stati in grado di radunare. Nella richiesta consegnata in Questura, ipotizzammo 300 manifestanti. Ci sembrava una cifra prudente ma realistica, per un corteo essenzialmente studentesco in una città medio-piccola. Dopo lo sciopero, la Questura stimò 3.500 partecipanti. Questa stessa proporzione, abbiamo scoperto poi, si era ripetuta grossomodo in tutte le città italiane.
Era il 15 marzo 2019, non sapevamo cosa fosse il Coronavirus, avremmo faticato a indicare il Donbass su una mappa e pensavamo che la parola genocidio si potesse usare solo per indicare eventi del passato. Soprattutto, credevamo che quel movimento fosse sul punto di cambiare il mondo – e di salvarlo.
Tutte le riflessioni che ruotano attorno al concetto di generazione rischiano di soffrire dello stesso eccesso di semplificazione. Se oggi si produce una letteratura mediatica sterminata su una generazione machista e violenta, nel 2019 si scriveva di un’ondata di giovani ecologisti e progressisti, di un ‘68 verde pronto a scoppiare. Si tratta, appunto, di semplificazioni: gli adolescenti e giovani adulti di oggi non sono tutti Andrew Tate, e sei anni fa non eravamo tutti Greta Thunberg. Ma è vero che come oggi la manosfera e l’ultradestra hanno un appeal crescente, in quel momento la questione climatica faceva da catalizzatore delle proteste giovanili, segnando la socializzazione politica di una generazione.
Quella stagione di mobilitazione si reggeva su un equilibrio fragile, ma potente. Il movimento per la giustizia climatica era un profeta di sciagure, una ragazzina che urla agli adulti che il mondo rischia di bruciare se non interveniamo. Ma era anche un’iniezione di adrenalina e fiducia nel futuro. La generazione della crisi economica e della fine della Storia riscopriva la possibilità di cambiare il mondo, a livello addirittura globale, e di farlo tutti assieme.
Sei anni dopo, l’apocalisse è rimasta nel nostro immaginario. La consapevolezza del fatto che le condizioni ambientali del pianeta stiano peggiorando è penetrata, specie sotto una certa fascia d’età. La speranza, in compenso, l’abbiamo persa di vista.
