Jacobin Italia

Gli interessi di Big Oil

20 Settembre 2023

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All’indomani dell’invasione dell’Iraq, i governi statunitense e britannico si gettarono subito sulla privatizzazione del petrolio. Ma i sindacati iracheni condussero una coraggiosa campagna per ostacolare i loro piani

Qualche settimana prima dell’invasione dell’Iraq, Tony Blair organizzò un’apparizione televisiva per sostenere le ragioni della guerra. A un certo punto qualcuno dal pubblico gli chiese se dietro l’operazione, battezzata «Iraqi Freedom» dall’esercito statunitense, non ci fossero forse le riserve di petrolio dell’Iraq. L’allora primo ministro britannico rispose secco e sprezzante: «La teoria della cospirazione del petrolio è onestamente una delle più assurde, se la si analizza».

Eppure in quelle stesse settimane, al riparo dai riflettori, i funzionari britannici si interessavano eccome del petrolio iracheno, e si incontravano con i rappresentanti delle aziende energetiche britanniche per discuterne. Nell’ottobre del 2002 un dirigente della Shell incontrò il diplomatico britannico Edward Chaplin, poi nominato ambasciatore a Baghdad. Parlò dell’«enorme» potenziale dei giacimenti petroliferi iracheni, sottolineando che Shell e Bp avrebbero dovuto partecipare alle ricchezze energetiche irachene «per il bene del paese in un futuro a lungo termine». Chaplin, da parte sua, assicurò al suo interlocutore che il governo britannico era «determinato a ottenere un’equa fetta per le aziende britanniche nell’Iraq post-Saddam». 

La posizione dei dirigenti di Bp sul tema è ben riassunta nei verbali di una riunione del mese successivo:

L’Iraq è la grande prospettiva petrolifera. La Bp è ansiosa di entrare in Iraq e auspica con forza che gli accordi politici non le neghino l’opportunità di competere ad armi pari». L’Iraq era considerato «speciale per le compagnie petrolifere», non solo perché possedeva «la seconda riserva di petrolio accertata più grande al mondo», ma anche perché mostrava «un potenziale unico di riserve ancora da trovare». Bp immaginava anche le conseguenze geopolitiche dell’espansione della produzione petrolifera irachena: «Anche se procederanno lentamente, a tempo debito gli effetti sul mercato del petrolio diventeranno consistenti. Le risorse saranno dirottate da altre aree a più alto costo (inclusa potenzialmente la Russia).

Sì, la guerra in Iraq è stata (più o meno) una guerra per il petrolio

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