Jacobin Italia

Il mito dei migranti che «ci rubano il lavoro»

5 Marzo 2020

Uno studio sulla relazione tra razzismo e occupazione dimostra che la variabile da tenere sotto controllo non sono le frontiere ma il rispetto dei diritti. E che la xenofobia è dettata dalla deregulation

Come si batte la paura che i migranti «ci rubino il lavoro»? Come possiamo rispondere al bisogno di protezione espresso dai ceti popolari di fronte al peggioramento delle proprie condizioni di vita? Non chiudendo i confini o cedendo alla retorica razzista – ci dice Guglielmo Meardi, docente di sociologia economica alla Scuola Normale Superiore – bensì con la difesa e il rilancio di diritti, contratti e regole sul lavoro. Un mercato del lavoro in cui lavoratori e lavoratrici hanno la libertà di dissentire, organizzarsi e dare battaglia, protegge le persone ben più di ogni chiusura dei confini e, nel medio termine, toglie la terra sotto i piedi al razzismo. Meardi ci riporta alcuni elementi dalle sue ricerche su lavoro e immigrazione in diversi paesi. Il quadro che ne esce è complesso ma chiaro: contro il razzismo la soluzione non è cedere alle sirene salviniane, ma rilanciare la solidarietà di classe, l’organizzazione sindacale, le politiche pubbliche.

Questo numero di Jacobin Italia parla di politica della paura, e una delle paure su cui si è costruita più politica, negli ultimi decenni, è stata quella dell’immigrato che «viene a rubarci il lavoro». A quindici anni dall’entrata in scena del famigerato «idraulico polacco» nel dibattito francese sul referendum per la Costituzione europea del 2005, la retorica dell’immigrazione come esercito di riserva e della libertà di movimento (se e quando esistesse) come motore di peggioramento di salari e diritti dei lavoratori nativi si fa strada ormai anche a sinistra. Ma in questa paura, quanto c’è di mito e quanto di realtà?

Distinguere tra mito e realtà non è affatto semplice, perché le paure hanno effetti reali e perché la realtà è fatta anche di miti che la interpretano. Però si può distinguere tra discorsi artificiali e interessati e processi sul terreno. Nel caso dell’immigrazione le paure sono diverse: quella del crimine, dello snaturamento della cultura nazionale, delle religioni diverse, delle malattie. Quella di cui mi sono occupato più direttamente è la paura degli immigrati che distruggono welfare e mercato del lavoro. Ora, in questo mito c’è una parte logica, nel senso che l’offerta di lavoro ha un effetto sul mercato di manodopera e se ci sono più poveri in un paese bisogna distribuire le risorse tra più persone. Ma se andiamo più in profondità, dobbiamo evitare la cosiddetta «lump of labour fallacy», l’idea cioè che la quantità di lavoro sia fissa, e quindi se ci sono più persone bisogna dividere la torta in fette più piccole e sottili. La realtà è molto più complessa. Nella maggioranza dei casi l’immigrazione ha un effetto dinamico sull’economia, amplia la disponibilità di lavoro. La realtà è molto complicata mentre il mito è comprensibile, interpreta una realtà complessa in modo veloce. Ma non ci avvicina alla soluzione. Il mito dell’immigrato concorrente nel welfare e nel mercato del lavoro è particolarmente forte in alcuni paesi: nell’Europa meridionale, Italia compresa, il mercato del lavoro è talmente segmentato che la concorrenza è minore. In paesi più liberali, come Stati uniti e Gran Bretagna, è un tema centrale: gli operai inglesi nel 2009 fecero uno sciopero sotto lo slogan «British jobs for British workers», contro immigrati in quel caso italiani e portoghesi. Nel referendum sulla Brexit, questo tema era molto visibile. L’ultimo tratto di campagna è stato dominato dal manifesto di Farage con la grande ondata di rifugiati pronti a venire in Gran Bretagna. Eppure, non c’è unanimità negli studi sugli effetti dell’immigrazione sui salari; e anche negli studi che trovano effetti negativi, in particolare sui salari più bassi, sono talmente minimi che potrebbero essere facilmente compensati da politiche pubbliche come il salario minimo o da politiche di investimento. Anche se esistesse un problema per il 10% più povero, e non siamo sicuri che ci sia, questo non significa che l’effetto economico positivo dell’immigrazione in generale non permetta di dare le risorse, se c’è la volontà politica, per risolvere il problema di quel 10%: bisognerebbe redistribuire la ricchezza verso i lavoratori di quei settori. Il discorso sullo stato sociale è simile: la maggioranza dell’immigrazione recente è composta da persone giovani e sane, il cui ruolo è di contribuenti netti, ossia che versano più di quanto ricevono. Questo non vuol dire che non possano verificarsi casi di concorrenza a livello locale, ma con la volontà politica sono tutti problemi risolvibili. A meno che, chiaramente, non ci si abbandoni al mito.

Eppure, come dicevi prima, il mito conta, e produce effetti reali. Per quanto smentita dai dati, esiste una percezione diffusa, in molti paesi, della concorrenza tra migranti e nativi, sia nel mercato del lavoro sia per quanto riguarda il welfare. Come la dobbiamo interpretare?

Il punto è che nell’esperienza di molti lavoratori europei, in particolare in Gran Bretagna, negli ultimi vent’anni si sono verificate due cose allo stesso momento: l’arrivo di molti immigrati e la deregulation del mercato del lavoro. E sono state attribuite ai primi le colpe della seconda. Sono arrivati dei lavoratori nuovi, che hanno dovuto in gran parte accettare condizioni di lavoro di tipo nuovo, in particolare, nel caso britannico, il lavoro interinale e quello pseudo-autonomo; sono inoltre aumentati il lavoro a chiamata e il lavoro notturno. A metà degli anni 2000 ancora la percentuale di lavoratori britannici che trovava occupazione tramite agenzie interinali era sotto il 4%, mentre era al 40% tra i nuovi immigrati; nel decennio successivo, questa percentuale è aumentata in maniera molto forte anche per i lavoratori britannici. Ora, ciò non è avvenuto per colpa dei lavoratori polacchi e ungheresi, che hanno aperto la porta a forme peggiori di occupazione, però dal punto di vista soggettivo i due fenomeni sono avvenuti insieme. Quindi il problema che si pone è come ridurre la paura di questo fenomeno in modo efficace. La paura c’è, e di fronte a fenomeni di questa portata è ineludibile.

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