Jacobin Italia

Il virus dello sfruttamento

18 Giugno 2020

Produzioni e allevamenti intensivi, aziende senza scrupoli che speculano sui precari e grande distribuzione hanno generato le condizioni per la pandemia e ora rischiano di avvantaggiarsene. È successo persino durante il blocco

La diffusione del Covid-19 su scala mondiale ha portato a un’inaspettata riscoperta del ruolo essenziale dell’agricoltura nella società. Il lavoro agricolo è diventato un tema centrale nel dibattito politico. I termini in cui oggi si affronta il tema, però, sono estremamente problematici.

Allevamenti intensivi e Covid-19

La crisi sanitaria generata dalla diffusione del Covid-19 ha dimensioni senza precedenti nella storia recente, ma quella di oggi è solo l’ultima di una lunga serie di epidemie causate da virus di natura zoonotica scoppiate a partire dagli anni Novanta. Secondo Rob Wallace, biologo evoluzionista dell’Università del Minnesota, questi virus chiamano in causa il modello di agricoltura al centro del sistema alimentare mondiale e le sue dinamiche di sviluppo. Dagli anni Settanta, la globalizzazione del modello di produzione industriale di carne ha disegnato una geografia mondiale fatta di «città di milioni di monoculture di maiali e polli pressati l’uno contro l’altro, un’ecologia perfetta per l’evoluzione di forme molto virulente di influenza». Dal 1979, la Cina è stata al centro di questa «rivoluzione». Gli allevamenti intensivi hanno vissuto una crescita esponenziale soprattutto nelle regioni meridionali del paese, proprio le zone dove hanno avuto origine numerose epidemie di influenza aviaria dal 1996 e la Sars nel 2003. Poi, mentre l’espansione degli allevamenti intensivi ha coinvolto altre aree del paese, anche l’industria del cibo selvatico ha conosciuto un rapido sviluppo, e i confini tra i due settori sono diventati opachi. La continua diffusione degli allevamenti intensivi li ha avvicinati sempre più alle zone di approvvigionamento di specie selvagge, spingendo le compagnie specializzate ad addentrarsi nella foresta, e promuovendo una progressiva semplificazione degli ecosistemi locali. Secondo Wallace, è questa dinamica che potrebbe spiegare l’origine del Sars-CoV-2: probabilmente, il virus proviene da un’area dell’hinterland della Cina centrale, da cui si è poi fatto strada verso il mercatodi Wuhan, dopo aver compiuto il salto da un pipistrello a un animale selvatico, o un lavoratore dell’industria della carne.

 I paradossi del lockdown

Mentre il Covid-19 mostra i rischi alla salute collettiva generati dal modello di agricoltura industriale, le misure adottate dal governo italiano per far fronte alla sua diffusione rischiano di rafforzarlo. Gli sviluppi degli ultimi mesi, infatti, sembrano aver accelerato trasformazioni in corso nel settore da decenni. A partire dagli anni Novanta, la supermarket revolution ha portato al consolidamento di filiere alimentari dominate dalla grande distribuzione e dalla crescente concentrazione delle attività produttive nelle mani di un numero limitato di imprese agricole di grandi e medie dimensioni. I piccoli produttori, invece, hanno vissuto una progressiva marginalizzazione: dal 1990, sono scomparse quasi 1,5 milioni di aziende agricole. Ciò nonostante, oggi sono più di un milione e 250 mila le aziende gestite in modo autonomo dai conduttori e, almeno secondo le statistiche, senza dipendenti. Mentre quelle inserite nei circuiti della grande distribuzione si trovano in una posizione di totale dipendenza dagli attori più influenti nelle filiere, circa un milione di esse opera al di fuori di quei circuiti, praticando un’agricoltura diversa, e rivolgendosi direttamente a mercati e consumatori locali.

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