Jacobin Italia

La coscienza di Seck

12 Marzo 2025

Sottovalutati o guardati con paternalismo, i nuovi braccianti appartengono a una categoria che in passato ha definito lotte e immaginari del lavoro. E che spesso è sotto gli occhi di tutti, eppure resta invisibile

Seck agli inizi della nostra esperienza politica comune confondeva la parola Sindacato, evidentemente mai incontrato in 8 anni di permanenza in Italia, e quella per lui negativa di Sindaco, perché incarnata da una persona arrivata in visita al ghetto dopo un incendio e la morte di Omar Baldeh, a proporre una permanenza in hotel senza chiedere nemmeno «come state» ai braccianti. La sua confusione non era segno di ignoranza. Seck era un bracciante, un raccoglitore di olive stagionalmente residente nel ghetto di Campobello di Mazara in provincia di Trapani, scomparso prematuramente nel gennaio del 2025. Una persona che ha incorporato il lento lavoro di consolidamento della solidarietà tra lavoratori e al contempo la necessità di prendere parola a partire dall’urgenza dei bisogni per come sono vissuti dai lavoratori stessi, senza farsi vittimizzare. 

La rimozione della questione bracciantile

Lo storico Francesco Di Bartolo, in una ricerca del 2011 finanziata dalla Flai-Cgil, ricorda come la storia del bracciantato agricolo sia coincisa solo parzialmente con la storia politica delle organizzazioni sindacali in Italia. Nel nostro paese ha prevalso una lettura che contrappone modernità e arretratezza per descrivere le differenze dei processi di sviluppo e la vicenda tutta italiana della «questione meridionale». Di Bartolo mostra infatti come la soggettivazione dei braccianti sia stata considerata l’espressione massima dell’arretratezza e della disgregazione sociale, quindi poco interessante dal punto di vista sindacale.

Lo sguardo delle organizzazioni sindacali, in un contesto di crescente proletarizzazione delle campagne, ha dovuto però accorgersi dei movimenti bracciantili quando tra le due guerre nelle province di Ragusa e Siracusa, nell’area lentinese negli anni Cinquanta, e ancora nel siracusano e nel sud-ovest etneo negli anni Sessanta, le voci del proletariato emersero concentrandosi su rivendicazioni vitali come il salario, il diritto al lavoro, alla salute e alla maternità. La fascia dei lavoratori più numerosa, quella bracciantile, continuò a essere meno rappresentata sebbene si rendesse visibile attraverso scioperi generali come quello del 1949 e con battaglie per difendere l’imponibile di mano d’opera, ossia l’obbligo per il proprietario terriero di un certo numero di lavoratori in base all’estensione del terreno, e per la gestione del collocamento. Il nuovo inizio delle rivendicazioni salariali negli anni Sessanta esprimeva la forza di un movimento bracciantile che, per effetto della trasformazione profonda dell’agricoltura, era di fatto l’elemento portante del movimento contadino. E ancora nel decennio successivo furono conseguite una serie di conquiste: da una diversa gestione del collocamento fino all’accettazione dei contratti collettivi nazionali passando per il tema del mancato riconoscimento della rappresentanza.

L’istanza della rappresentanza rimarrà aperta fino ai giorni nostri. Come ha evidenziato Piero Bevilacqua in Il grande saccheggio (Laterza, 2011), il lavoro bracciantile è stato infatti costantemente rimosso dalla scena pubblica e dallo sguardo delle organizzazioni sindacali e politiche, mentre trionfava la narrazione di una società strutturata da indifferenziati consumatori viventi nelle pacifiche oasi della grande distribuzione.

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