Incontro Fabrizio Barca quando il suo dialogo con Enrico Giovannini – Quel mondo diverso – è appena uscito per Laterza, subito dopo il «gran rifiuto» di candidarsi a sindaco di Roma e un acceso scambio su twitter con Carlo Calenda. Polemica di poco conto, ma che spiega perché ho scelto di parlare di meritocrazia con lui – legittimamente criticato per la partecipazione al «governo dei tecnici» di Mario Monti (cosa discussa anche nel libro) e tirato spesso per la giacca per la sua «competenza», ma che non si illude che questa sia priva di aggettivi e contesto.
Barca ci tiene a precisare, all’inizio dell’intervista come nel libro, la differenza profonda «fra capacità tecnica e preferenza politica» – nel linguaggio dell’economia, due «curve» distinte, da non confondere ma conciliare. L’esempio è proprio sulla scuola: «Può puntare a formare quanti più ‘talenti’ è possibile, oppure a sviluppare competenze essenziali del maggior numero possibile di persone»; date le metodologie e gli strumenti a disposizione, la «tecnica» ci dice quanto questi obiettivi siano in contrasto. Cosa sia prioritario, e quanto siamo disposti a «perdere» per raggiungerlo, è una scelta politica. Che può anche investire su nuove metodologie che permettano di conciliare meglio gli obiettivi, o – ed è un tema che, tramite Amartya Sen è molto caro a Barca – «aprire un confronto acceso con tutti i soggetti coinvolti per prendere una decisione», cambiare preferenze, o trovare nuove soluzioni.
La sua è una critica al «merito» affidato al mercato (per Barca, una delle due premesse indiscutibili e «sacre» del neoliberismo) che tiene insieme il conflitto con l’affermazione dei valori di uguaglianza e solidarietà che da qualche anno il Forum Disuguaglianze e Diversità porta avanti (da ultimo contribuendo all’attuazione del Reddito di emergenza).
Partiamo dalle basi: cos’è la meritocrazia, e perché rifiutarla?
Innanzitutto è bene ricordarci che il concetto nasce come suggestione distopica – L’avvento della meritocrazia di Michael Young (1958) – e rimane tale per due ragioni, una generale e una legata alla forma specifica di produzione che è il neoliberismo. La prima è che considera desiderabile una società in cui per definizione c’è concentrazione di potere in chi ha «talento» (talento, si presume, a cumannari), cosa di per sé in contraddizione con l’ideale democratico, fondato sulla sovranità popolare e sul confronto pubblico. Gli atti e le decisioni pubbliche e collettive, il «farsi della Repubblica», non possono ridursi a un gruppo di «talentuosi»: devono scaturire dal conflitto tra opinioni, visioni e interessi diversi, e dalla capacità per tutti di esprimerli. L’art. 3 della nostra Costituzione richiede di rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, perché tutti siamo «talentuosi», ciascuno deve avere la possibilità di partecipare. Nel mondo in cui viviamo – una versione degenerata, patrimonialista, del capitalismo, che rimuovendo il tema del controllo finge che questo significhi solo mercato, che diviene l’unico luogo di identificazione del merito – merito significa solo accumulare patrimonio. Ma non è così nemmeno nel capitalismo: tipologie diverse di imprenditori del passato hanno avuto bisogno di costruire consenso al loro agire, «merito» per loro era anche gestire il conflitto e misurarsi con il resto della società, convincere di avere prodotto benessere per i territori.
