Jacobin Italia

La paura va in città

5 Marzo 2020

-

L’urbanofobia è il terrore per la vita in comune che media e politici diffondono per svuotare gli spazi pubblici e costringere tutti nel chiuso dei loro appartamenti. Un disegno disperato quanto pericoloso

Le grida d’aiuto e quelle di resistenza che si ergono dalla megalopoli cinese di Whuan in quarantena, lazzaretto globale ai tempi del Coronavirus, riportano l’immaginario del disastro dentro il contesto urbano, rimandano alla paura della città, della contaminazione di cui essa è portatrice. Accade all’inizio di un secolo in cui per la prima volta nella storia dell’umanità gli abitanti dei centri urbani hanno superato quelli delle campagne. Il sorpasso della città ha implicazioni preoccupanti dal punto di vista ambientale ma propone l’attualità della città come luogo della produzione, del mescolamento e della convivenza tra diversi, come spazio dei conflitti e delle contraddizioni. 

All’inizio degli anni Novanta il Time aveva annunciato la fine del mito delle due principali metropoli degli Stati uniti, cui aveva dedicato due copertine facilmente accostabili. New York e Los Angeles venivano raffigurate sul magazine statunitense come cupe, minacciose, in preda al disordine e alla sporcizia. Nel settembre del 1990, il settimanale titolava: «La Grande Mela è diventata marcia». Tre anni dopo, nell’aprile del 1993, la sentenza era ancora più lapidaria: la Città degli Angeli, recitava la copertina ancora una volta con un gioco di parole, «sta andando all’inferno». Le due prime pagine si collegavano a una lunga tradizione statunitense di diffidenza e ostilità verso i grandi centri urbani. Fin dalle origini, lo spirito puritano dei Padri pellegrini e il mito degli spazi aperti della Frontiera avevano messo in cattiva luce la forma di vita delle grandi città, viste come luogo di mescolamento e perdizione, affollamento insalubre e perversione dei costumi. 

Dopo la seconda guerra mondiale questa forma di diffidenza, quando non di aperta ostilità, si definisce ancora meglio e lascia evidenti tracce nella politica, nella cultura e nell’immaginario del paese. Sono segnali che conviene, seppure velocemente, passare in rassegna perché in qualche forma, senza automatismi o sovrapposizioni, si sono proposte anche da questa parte dell’Oceano e continuano a informare quella che in questo testo definiamo urbanofobia: la paura delle città, della vita in comune e della cooperazione sociale oltre e contro la distinzione tra lavoro e vita, tra libera attività creatrice e produzione di valore.

Negli anni Cinquanta del Novecento, l’avversione del potere verso le grandi città prende la forma del suburbio, della costruzione di villaggi anonimi e disseminati, di forme di vita molecolari e immuni alla contaminazione. È un progetto militare che corrisponde alla paranoia da bomba nucleare: senza una città da distruggere il paese sembra meno fragile. Nel frattempo si costruiscono in laboratorio nuove forme di vita. Dentro le cittadine middle class nasce la scienza dei big data e della  statistica applicata al controllo: tutti sono classificabili e a ogni bandierina a stelle e strisce appesa alla veranda corrisponde un profilo. All’interno delle villette a schiera del suburbio vengono installate le prime televisioni via cavo. Dietro le finestre coi merletti che affacciano sul prato all’inglese si fa l’esperienza della diffusione di massima degli psicofarmaci. 

Nel decennio successivo i riot dei movimenti afromericani si propagano nelle metropoli da costa a costa. Il fumo nero che si alza dalle periferie di Detroit e Chicago, agli occhi degli abitanti del suburbio suggella l’immagine minacciosa della città. Quel senso di paura e incertezza dettato dalla violenza urbana, il modo in cui sgretola le certezze della middle class, viene descritto mirabilmente da Philip Roth nel romanzo Pastorale Americana. Mentre il cuore delle metropoli si infiamma, il governo federale prosegue la guerra alle città utilizzando la leva delle tasse. Vengono elargiti privilegi fiscali a chiunque decida di trasferirsi in provincia e si inaugura la lunga guerra che, a colpi di tagli al welfare e al bilancio delle amministrazioni comunali, condurrà le città al fallimento economico. 

Abbonati a Jacobin Italia per continuare a leggere