Jacobin Italia

La pianta del diavolo e l’antimafia

14 Giugno 2023

Bisogna partire dai diritti e dai rapporti di forza all’interno di un sistema di cui la mafia è parte integrante. Racconto di una ricerca etnografica nel paese di Matteo Messina Denaro, dove la criminalità avanza insieme alla disillusione

«La pianta dell’olivo è stata piantata dal diavolo», mi scrive nel biglietto da visita e aggiunge: «per gli ulivi ci sono state guerre, sono state ammazzate famiglie, stai attenta che il diavolo non venga a cercarti all’università». In anni di ricerca e attivismo a Campobello di Mazara, questo è stato l’unico segnale esplicito di pericolo che ho potuto raccogliere. Chi fosse il diavolo, simbolicamente e non solo, è su tutte le bocche, si sa, è qui, mi viene detto presto. Nonostante il gruppo a cui faccio riferimento sin dal 2013 mi chieda, a mia tutela, non poche garanzie su come mi muoverò sul territorio, quali domande farò e mi sottoponga a un «esame» collettivo prima di darmi il consenso per la mia permanenza, questa rappresentazione ipertrofica della presenza mafiosa mi sembra più materia sociologica che un pericolo reale. 

Dall’arresto di Matteo Messina Denaro, avvenuto il 16 gennaio 2023, questo piccolo paese in provincia di Trapani è stato travolto dal frastuono. Vedere il sindaco, Giuseppe Castiglione, costretto davanti a microfoni di vario genere a difendere «l’identità campobellese» mi ha fatto pensare che questo frastuono, feticista sui campobellesi e sulla vita di Messina Denaro, non è semplicemente da ridicolizzare, banalizzare o schivare ma da contrastare, perché produce degli effetti sulle persone, su quei luoghi e su chi vuole analizzare e contrastare le mafie.

Sono arrivata a Campobello di Mazara nel 2013 per esplorare le possibilità di un percorso politico che parlasse di Mezzogiorno, di noi, di lavoro, di agricoltura e per fare una ricerca etnografica sulla relazione tra lavoro migrante e rappresentazione dell’importanza economica dell’Oliva Nocellara. Nella mia analisi mi sono servita del paradigma della  «geografia immaginaria» elaborato dallo  studioso palestinese E.W. Said all’interno di quello che rimane uno dei suoi lavori più conosciuti,  Orientalismo (1978), per interagire con la rappresentazione di un luogo, brutto, degradato, controllato dalla mafia. Lo uso per ricordarmi che le identità geografiche e culturali non sono presenti in natura ma sono prodotte «dalle energie intellettuali e materiali dell’uomo» e per mettere in discussione la visione monolitica di un posto votato all’immobilismo.

Per una visione di classe di Campobello di Mazara

Roberto Piscitello, sostituto procuratore a Marsala, ha dichiarato, come tanti altri, che «la latitanza di un personaggio del calibro di Matteo Messina Denaro, si giustifica e si spiega col consenso di cui Messina Denaro ha potuto contare nella società in cui ha operato; è invalsa per tanto tempo l’idea in provincia di Trapani che la mafia fosse un’associazione benefica nel senso che Matteo Messina Denaro ha impedito per tanto tempo che venissero fatte le estorsioni. Il concetto del farsi i fatti propri è probabilmente un problema più che giudiziario sociologico, che attiene proprio al modo di essere di noi siciliani».

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