Dopo la morte della regina Elisabetta II, a settembre scorso, tantissimi autori di necrologi si sono sforzati di rappresentare la sua figura e i suoi settant’anni di regno in termini appetibili per i gusti politici di oggi. Da una parte, i giornali liberali l’hanno celebrata come la monarca che ha aiutato il Regno Unito a scrollarsi di dosso il passato imperiale, l’hanno dipinta come una «femminista» e persino come un’oppositrice della Brexit. Mentre questa infinita schiera di sicofanti si attirava un’ampia ondata di derisione online, sul fronte opposto i media di destra, dal Telegraph allo Spectator, trasformavano la regina in un improbabile simbolo dell’oppressione di classe dal basso: vittima di una schiera di nullafacenti membri dell’élite senza alcun contatto con le masse. Questa interpretazione un po’ azzardata si rifaceva comunque a un copione consolidato. Quello per cui chi si trova nelle torri d’avorio progressiste è contro la classe operaia, patriottica e tradizionalista. Da Donald Trump ai conservatori britannici, la destra ha sviluppato un suo particolare discorso di politica di classe, definendolo non in termini di reddito o di rapporto con la produzione, ma di preferenze e gusti culturali. E l’unico motivo per cui può risultare convincente è che la politica di classe si è frammentata e la sinistra è diventata incapace di trasformare le disuguaglianze sociali, pure accresciute negli ultimi decenni, in una vera e propria mobilitazione di classe.
Nel dicembre 2021 è uscito per Harvard University Press un importante libro intitolato Political Cleavages and Social Inequalities [«Fratture politiche e disuguaglianze sociali», Ndt], a cura degli economisti Amory Gethin, Clara Martínez-Toledano e Thomas Piketty. Il saggio prende in esame i modelli elettorali in cinquanta democrazie del mondo, dalla Seconda guerra mondiale a oggi, e studia in che modo fattori come il reddito, l’istruzione, la religione e il genere hanno orientato il comportamento degli elettori. I tre autori offrono così uno sguardo profondo sulla disgregazione dei sistemi di voto in base al criterio di classe, mostrando come in una gran quantità di democrazie occidentali gli elettori a reddito più elevato votano ancora generalmente per i partiti di destra, ma l’elettorato di sinistra è ormai sempre più ristretto alla fascia di popolazione con alti livelli di istruzione.
Dei mutamenti della base sociale della sinistra, di come l’espansione del sistema educativo abbia cambiato le aspettative degli elettori e della capacità dei partiti di ricostruire una rete di sostegno, David Broder, editor di Jacobin, ha parlato con i tre curatori del volume.
Nel libro parlate di «sinistra bramina». Che cos’è?
Con il termine «sinistra bramina» ci riferiamo essenzialmente al fatto che negli ultimi decenni una frazione crescente di elettori con un livello di istruzione superiore si è dimostrata sempre più favorevole ai partiti di sinistra. Nel sistema indiano delle caste coesistevano due tipi di élite. I bramini erano tradizionalmente leader religiosi e intellettuali, mentre gli kshatriya e i vaishya erano rispettivamente guerrieri e commercianti. Oggi le democrazie occidentali sembrano orientarsi verso «sistemi partitici multi-elitari» che rispecchiano in qualche modo questa struttura. Gli elettori più istruiti sostengono la coalizione dei partiti socialdemocratici e affiliati vari, mentre quelli ad alto reddito continuano a votare per i conservatori. In questo contesto, la sinistra bramina corrisponde a quella frangia crescente dell’elettorato con livelli di istruzione elevati che guarda a sinistra, e in particolare ai partiti più progressisti sulle questioni socioculturali.
