Ho incontrato Kimberlé Crenshaw all’Università Sorbona di Parigi nel gennaio 2019, a una conferenza organizzata da Marta Dell’Aquila e Eraldo Souza dos Santos per celebrare il trentesimo anniversario del concetto di intersezionalità. Kimberly Crenshaw ha sviluppato tale concetto nel 1989 nel suo articolo “De-marginizing the Intersection of Race and Sex: A Black Feminist Critique of Anti-discrimination Doctrine, Feminist Theory and Antiracist Politics”. In quell’occasione, il suo obiettivo era sfidare i limiti delle leggi anti-discriminazione che consideravano il genere e la razza come categorie separate e reciprocamente esclusive. Negli ultimi trent’anni, l’intersezionalità è diventata uno strumento analitico essenziale per esplorare come molteplici strutture di oppressione plasmano la vulnerabilità individuale.
In questa intervista Crenshaw non ci offre soltanto un corso intensivo sull’intersezionalità, concetto divenuto centrale nella costruzione degli scioperi del movimento femminista globale negli ultimi anni. Ci spiega anche perché un approccio intersezionale è vitale per trasformare l’attuale situazione politica. In un maestoso esempio di sofisticazione teorica e semplicità, Crenshaw usa la nozione di fallimento intersezionale per spiegare l’elezione di Donald Trump. Non è semplicemente il risentimento di una classe lavoratrice che si sente lasciata indietro a spiegare il trionfo elettorale dell’estrema destra, sostiene. È il risentimento della classe lavoratrice radicato nel diritto patriarcale e nella supremazia bianca, ciò che determina la sua vittoria. In questo senso, il trionfo dell’estrema destra in paesi come gli Stati uniti o l’Italia, che hanno una storia irrisolta di supremazia bianca e fascismo, può essere visto come il risultato di una serie di fallimenti intersezionali – quando la coscienza di classe non contesta le logiche del razzismo, quando l’anti-razzismo non contesta le logiche del patriarcato, quando il femminismo non contesta le logiche del razzismo, finiscono loro malgrado per rafforzarle.
Tra le più importanti studiose mondiali di teoria critica della razza, giurista alla Ucla School of Law e alla Columbia Law School e instancabile attivista per i diritti civili, Kimberlé Crenshaw era appena arrivata a Parigi quando ci siamo incontrate ed era chiaramente provata dal jet leg e dall’influenza. Desideriamo ringraziare Kimberlé Crenshaw per la sua generosità di tempo, ironia, lucidità e passione politica e Madeline Cameron Wardleworth, Julia Sharpe-Levine, Marta Dell’Aquila, Eraldo Souza dos Santos per aver reso possibile questa intervista.
Oggi celebriamo il trentesimo anniversario dell’intersezionalità e vorrei tornare a trent’anni fa, quando hai usato questo concetto per la prima volta. Puoi dirci come hai sviluppato il concetto e qual era il suo scopo?
L’intersezionalità è una metafora che ho sviluppato per chiarire i modi in cui forme di discriminazione distinte a volte si intrecciano e creano ostacoli che spesso non vengono compresi se confinati nella discriminazione razziale o di genere. Ho deciso di scrivere un articolo per evidenziare in che modo le leggi anti-discriminazione fossero inadeguate ad affrontare la discriminazione delle donne nere. La ragione per cui in tribunale i giudici non erano in grado di capirlo è che la discriminazione razziale e quella di genere venivano considerate come categorie separate e mutualmente esclusive: si poteva essere oggetto di discriminazione razziale o di genere, ma l’idea che si potesse essere vittima di entrambe era in gran parte difficile da immaginare. Era come se questi due tipi di discriminazione fossero binari paralleli che viaggiavano su linee rette senza incontrarsi mai. Volevo trovare una metafora per cambiare il modo in cui le persone pensano la discriminazione e dire che in verità queste due linee non sono parallele ma curvano [ride]. Per questo ho portato quel pensiero sino al punto in cui quelle categorie non erano più lineari ma potevano intersecarsi. Da allora mi sono resa conto che si possono sempre elencare i fatti, ma se non si può dare a chi ascolta una cornice in cui inserirli, i fatti non contano. L’intersezionalità era una cornice capace di contenere al suo interno gli innumerevoli modi in cui le donne di colore sono oggetto di discriminazione. Uno dei motivi per cui le ragioni della loro discriminazione sono state a lungo ignorate, è che le cornici concettuali suggerivano che il razzismo fosse qualcosa che accade a tutte le persone della stessa razza come la misoginia è qualcosa che accade a tutte le persone dello stesso genere, ma non è detto sia così. In alcuni dei casi di discriminazione lavorativa che stavo esaminando c’erano tipi di impiego per persone di colore e tipi di impiego per le donne, ma i lavori per le persone di colore erano per uomini neri e i lavori femminili erano per donne bianche. Era il classico tipo di situazione in cui hai due strutture di potere che si intersecano facendo subire alle donne nere un trattamento distinto rispetto agli uomini neri e alle donne bianche. Vedevamo questi fatti ma non avevamo una cornice teorica in base alla quale mostrare e far capire ai giudici la discriminazione delle donne nere come sottogruppo. Per riuscirci dovevamo più o meno ricreare la scena del delitto e mostrare come queste strutture di oppressione si intersecano con modalità uniche per persone che si trovavano in una posizione tale da sperimentare entrambi i tipi di discriminazione.
