Genitori, figli e figlie, insegnanti, educatori ed educatrici, personale Ata, dirigenti. Baristi, autisti di autobus e di treni, addetti e addette alla mensa, accompagnatori e accompagnatrici. Case editrici, grafici e grafiche, ricercatori e ricercatrici. Terzo settore, mondo della cultura. Trasporti, sanità, logistica.
La scuola è parte integrante del metabolismo della società, non è un suo settore isolato. Il suo raggio di estensione è potenzialmente infinito perché arriva ben oltre le persone che fisicamente devono recarsi quotidianamente o periodicamente nei suoi edifici. Perché la comunità abbia una voce deve pensare in grande, uscire dal pensiero egoistico, individualizzante e di categoria tanto in voga negli ultimi anni: pensare al comune che sottende le o i singoli. Concentrarsi solo sui diritti dei bambini e delle bambine, tralasciando i diritti delle persone che lavorano in contesto educativo significa intaccare la qualità del processo formativo; concentrarsi solo sulle e sugli insegnanti rischia di far dimenticare le esigenze di genitori e lavoratori; focalizzarsi sugli aspetti burocratici porta a dimenticarsi che l’istruzione è un processo lento, contraddittorio e non riconducibile alle sole unità di apprendimento; esigere l’apertura in sicurezza significa rivedere le condizioni lavorative del personale addetto alle pulizie.
Sono questi convincimenti che hanno animato e sorretto il movimento Priorità alla Scuola (Pas), fin dalla sua nascita nell’aprile scorso. A fronte di una scuola destinata a non riaprire, come se non fosse un settore strategico, nella convinzione che la Didattica a distanza (Dad) possa supplire alla normale vita scolastica, una lettera pubblicata in rete invita a pensare un’apertura della scuola. La lettera trova l’appoggio di decine di migliaia di persone: tutta la comunità educante scende in piazza, il 23 maggio prima, poi il 25 giugno nelle prime manifestazioni pubbliche post lockdown. Anche diversi sindacati – alla fine quasi tutti, dalla Flc ai Cobas – si uniscono al coro di voci. Le richieste si fanno più chiare ed esplicite: per tornare a scuola a settembre bisogna(va) ragionare sulla prevenzione sanitaria, su un aumento significativo dell’organico che renda possibile la diminuzione del numero di studentesse e studenti per classe, sull’aumento di spazi disponibili in cui il personale possa svolgere l’attività scolastica. Il silenzio del governo su questi tre aspetti è e rimarrà assordante, anche dopo la manifestazione nazionale del 26 settembre a Roma.
Le richieste di Pas erano, e sono: spazi, organici, scuola come presidio sanitario, didattica in presenza. In una parola, welfare: l’elemento tragico è che queste richieste erano già valide prima di Sars-CoV-2. La questione della scuola va ben oltre i luoghi e le persone direttamente coinvolte; il lockdown si è dimostrato un lusso per pochi e poche: molte persone, soprattutto donne, hanno seguito i loro figli durante la Dad lavorando il doppio o perdendo la propria fonte di reddito. Una scuola aperta in presenza e sicurezza riguarda tutta la società, come si articola nelle ingiustizie e nelle disuguaglianze.
1. La scuola è cronicamente sotto organico e ogni anno scolastico inizia con centinaia di migliaia di posti vacanti da assegnare a nuovi e nuove docenti che ripartono sempre da zero, entrando in relazione con nuove classi, una nuova dirigenza, nuove colleghe e colleghi. L’assurdo è che, in una scuola che pretende di procedere per «competenze» ed esternalizza la didattica appaltandola a sedicenti «agenzie educative» che affermano di avere «competenze» per appropriarsi di settori della didattica, il ministero si rifiuta di riconoscere le «competenze» acquisite sul campo da chi insegna, in condizione di precarietà, da anni. Un mito della selezione «per merito» attraverso concorsi che condanna a una vita infame chi ha imparato a nuotare nell’acqua alta: una produzione di infamia a mezzo infamia, come dimostra la creazione del «personale Covid».
