Jacobin Italia

Meno cyber più punk

11 Marzo 2021

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Il genere che aveva descritto il futuro in chiave anticapitalista e che aveva ribaltato le narrazioni tecnoentusiastiche neoliberali oggi è diventato innocuo e pacificato. Occorre salvarlo e tornare alle orgini

Se pensate che l’ironia sia morta, leggete questo tweet di Elon Musk su Cyberpunk 2077. «Ho scelto un Nomad, per questo l’inizio è stato un po’ lento, ma si è ripreso in fretta», ha risposto a chi gli chiedeva, a dicembre, se avesse avuto modo di giocare al videogioco a lungo atteso dello studio polacco Cd Projekt Red.

Secondo il folklore del gioco, i Nomad sono ex schiavi salariati banditi dal loro lavoro e costretti a vagare per le terre desolate come facevano i vagabondi del deserto di Mad Max. Il mio Nomad, un ruffiano dalla voce roca di nome «V», è un uomo ai margini che prova a scalare la gerarchia sociale dell’economia ombra di Night City – la capitale non ufficiale dell’inferno al neon di Cyberpunk

Che Musk si possa sentire perfettamente a proprio agio nei panni di un ambizioso poveraccio in mezzo a una distopia virtuale mentre nella realtà licenzia i lavoratori che hanno organizzato un sindacato per poter aumentare la sua ricchezza, è l’ennesima prova che il cyberpunk ha bisogno di un reboot. Quello che un tempo era un genere vitale di narrativa anticapitalista è stato per lo più ridotto a un’estetica cool e un po’ retrò, ed è finito nelle mani del secondo uomo più ricco del mondo per vendere camion brutti ispirati a Blade Runner a una Generazione X intrisa di nostalgia.

Servirebbe un reboot

Cyberpunk è il titolo del nuovo videogame con Keanu Reeves, ma è anche un termine generico per il crudo sottogenere sci-fi nato fra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli Ottanta.

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