La migrazione è una lente di indagine cruciale, specie se intrecciata con la dimensione del lavoro migrante in agricoltura e con un ragionamento su come il suo disciplinamento riproduca, per un verso, forme di stratificazione e, per un altro, forme di organizzazione e resistenza. Data l’estensione dello sfruttamento oltre il rapporto salariale, è interessante applicare questo doppio binario di analisi alla vita quotidiana negli insediamenti informali disseminati nei pressi delle varie raccolte rurali intensive e abitati dai lavoratori migranti in Italia e non solo.
La natura politica delle migrazioni
La sociologa Saskia Sassen afferma che la piena comprensione delle tensioni e dei conflitti che segnano la cittadinanza contemporanea può emergere dal «migrante illegale» (riconosciuto e non autorizzato) che si muove ai bordi dello spazio della cittadinanza. Allo stesso modo il lavoratore migrante che vive e autorganizza uno spazio di vita informale fuori dal campo di intervento istituzionale diventa anche un attore chiave nel contestare e ridefinire i confini, gli strumenti e le strategie per l’inclusione e la pratica di una cittadinanza sostanziale.
La letteratura sociologica sul lavoro migrante in agricoltura ha messo in luce dei punti chiari su (1) come le caratteristiche degli insediamenti stessi, la prossimità alle aree di produzione, la capacità di limitare la mobilità dei lavoratori, siano funzionali al mercato del lavoro agricolo just in time; (2) l’approccio emergenziale dell’intervento normativo; (3) come la sovrapposizione della sfera produttiva e riproduttiva determini un regime di «seclusione» dove non c’è una privazione formale della libertà di movimento; (4) il legame tra organizzazione della produzione, dei meccanismi di reclutamento e della vita quotidiana dei lavoratori e il mercato del lavoro, sottolineando come gli insediamenti informali non siano una distorsione ma un elemento costitutivo di un certo regime di lavoro basato sulla riproduzione di lavoro flessibile a basso costo. Tuttavia risultano ancora sociologicamente poco investigate le forme organizzative emerse negli ultimissimi anni da ricerche ed esperienze militanti condotte nei ghetti d’Italia. Non è un caso che la maggior parte degli studi sulle forme organizzative agite dai migranti nella vita quotidiana riguardino i contesti urbani, e che l’analisi di queste metta in risalto l’elemento centrale dell’autonomia. In uno spettro che comprende dalle lotte dei ciclo-fattorini organizzati alle mobilitazioni collettive delle associazioni ambulanti, in Vivere non è un reato (Ombre Corte, 2020) Gennaro Avallone analizza come questi lavoratori «hanno risignificato i tappeti e le coperte come spazi di resistenza all’urbanistica e alle politiche migratorie neoliberali». Valeria Piro e Giuliana Sanò (La fascia trasformata del ragusano, a cura di Michele Mililli, Sicilia Punto L, 2021) dopo anni di indagine etnografica sul lavoro migrante nella fascia trasformata in Sicilia analizzano le pratiche di negoziazione collettiva che avvengono sottotraccia e fuori da tradizionali schemi di lotta sindacale inserendole in una riflessione sull’ambivalenza del «potere di mobilità». Quest’ultimo da un lato rappresenta la possibilità di sottrarsi al disciplinamento della vita e del lavoro, dall’altro determina, invece, un senso dell’organizzazione e dell’appartenenza capace di mettere in discussione il radicamento territoriale e organizzativo tipico di una mobilitazione classica.
Questa stessa lente analitica è utilizzata da Gabriella Alberti,nella sua ricerca, citata da Piro e Sanò nell’articolo Migrant Labour in London’s Hospitality pubblicato su Etnografia e Ricerca Qualitativa, sui lavoratori migranti nel settore alberghiero londinese che esercitano «tali pratiche di mobilità per sfuggire da una difficile situazione lavorativa, ma anche per muoversi tra diverse aziende o cambiare completamente settore, accedere a opportunità di istruzione e formazione, oppure imbarcarsi in successivi progetti migratori». Queste micro-pratiche mettono in luce due elementi fondamentali: da un lato il potere contrattuale individuale sul quale si fonda un’idea diversa di solidarietà tra pari e dall’altro il «diritto di fuga» dall’azienda dove si trovano i lavoratori. Entrambi gli elementi si rivelano centrali per un’analisi sullo spazio e la sua organizzazione nella vita quotidiana dei lavoratori migranti che abitano negli insediamenti informali.
