Jacobin Italia

Algoritmo e mezzi di predizione

6 Giugno 2019

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Controllo pervasivo, estrazione di valore e previsione dei comportamenti con l’analisi dei dati: così funziona la produzione nell’era del digitale. Che investe il rapporto tra capitalismo contemporaneo e democrazia

È difficile immaginare un campo attraversato da contraddizioni e aspirazioni tanto divergenti come quello digitale: si va dalla fine dell’intermediazione alla creazione verticistica di oligopoli, dal controllo pervasivo all’illusione della libertà assoluta. Ne abbiamo parlato con Marco Deseriis che ha insegnato Media and screen studies alla Northeastern University e che da un paio di anni è tornato in Europa, alla Scuola Normale Superiore, per studiare il funzionamento delle piattaforme di partecipazione digitali di alcuni soggetti politici. Il suo sguardo attraversa l’analisi sociologica e quella informatica, ci consente di cogliere i nessi tra capitalismo digitale e controllo sociale e di afferrare il modo in cui tutto ciò ha che fare con la questione democratica. La nostra discussione comincia necessariamente da cenni di genealogia della rete. «Partirei dagli anni Novanta – dice Deseriis – la rete come tecnologia nasce prima ma è in quel decennio che diventa di massa, che cominciano ad accedervi milioni di persone. Nel 1993 il provider America Online offre l’accesso a Internet a milioni di nuovi consumatori, inaugurando un boom degli utenti che passerà alla storia come Eternal September. Fin da allora questa tecnologia si muoveva su un doppio binario».

Da una parte c’era la dimensione utopica, una specie di tecnoentusiasmo...

Sì. Nel luglio del 1993 il New Yorker pubblicò una vignetta destinata a entrare nella storia della cultura popolare. C’è un cane che sta alla tastiera davanti al computer e dice a un suo simile: «On the Internet, nobody knows you’re a dog». Identità, razza e genere non contavano più, potevi essere quello che volevi. Dall’altro lato, ecco il secondo binario, c’era il controllo. Fin dal principio molti sottolineavano come la rete fosse legata alla ricerca militare. Si riteneva che Arpanet, la rete telematica antesignana di Internet, fosse stata inventata per resistere a un attacco nel caso in cui ci fosse stata la guerra atomica. Il fraintendimento nasce in realtà da un famoso paper del 1964 di Paul Baran, On Distributed Communication, nel quale si teorizza la più alta resilienza delle reti distribuite in caso di attacco nucleare. Baran in effetti lavorava per la Rand Corporation, il primo think tank finanziato dal dipartimento della difesa statunitense. Arpanet tuttavia nasce grazie a fondi militari ma è gestita dalle università. Alle quali interessava una rete autonoma per collaborare soprattutto nella ricerca scientifica.

La profonda ambivalenza tra mito della frontiera digitale e comparto militare-industriale si trascina fino al collasso del Nasdaq, quando cambia il rapporto tra modo di produzione e rete. A democrazia e controllo subentra la terza variabile: il profitto.

La visione utopica e quella paranoica camminano in parallelo. Per tutti gli anni Novanta, in fondo, il capitalismo non aveva trovato il modo di estrarre profitto dalla rete e i sistemi di sorveglianza non erano ancora stati sviluppati. La  ricerca scientifica e l’innovazione sociale (penso alle prime reti amatoriali come Fidonet, cui erano connesse anche le Bbs italiane) procedevano indipendentemente da Internet. Con questo intendo dire che il campo immaginario nasce prima, per confluire poi nell’infrastruttura tecnica. Il desiderio sociale di comunicare in rete precede l’accumulazione capitalistica e il controllo dello stato. Per usare categorie marxiane, si passa dalla sussunzione formale alla sussunzione reale. Siamo in un contesto ovviamente capitalistico, ma prima della grande crisi della cosiddetta new economy e del crollo del Nasdaq nel 2000 non si sapeva come estrarre valore. Poi, a partire dal 2003-2004, arriva un’innovazione che si rivelerà decisiva: l’interoperabilità delle piattaforme permette infatti di integrare e centralizzare diversi pezzi della rete. Certo, il protocollo Tcp/Ip definisce ancora lo standard della rete, che rimane decentralizzata come alle origini. Solo che adesso, banalmente, un video di YouTube può essere incorporato in un blog, i contenuti si spostano rapidamente in modo orizzontale attraverso un meccanismo che consente ad esempio la centralizzazione delle inserzioni pubblicitarie. Google e Facebook arrivano così a gestire una grossa fetta del mercato pubblicitario. Mark Zuckerberg recentemente ha detto al parlamento europeo di controllare «solo» il 5 per cento della pubblicità a livello mondiale: una massa enorme di dati in mano a una sola azienda! Siamo a un regime di oligopolio, dominato da Google, Amazon, Facebook, Netflix e Apple.

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