Ansiosa, fragile, ipersensibile, incapace di reggere la frustrazione. Così, sempre più spesso, viene raccontata la Generazione Z. L’aumento delle patologie, delle richieste di supporto psicologico e del disagio dichiarato da studenti e studentesse, ben documentate nel libro Generazione ansiosa di Jonathan Haidt, sembrano confermare il quadro. Eppure, la definizione rischia di essere fuorviante. Non perché l’ansia non esista, ma nominarla come tratto generazionale trasforma un problema storico e sociale in una caratteristica psicologica di chi lo subisce, confondendo il sintomo con la causa.
La Generazione Z è la prima cresciuta interamente dentro una società che Maura Gancitano e Andrea Colamedici hanno definito La società della performance; Federico Chicchi e Anna Simone La società della prestazione. Il moderno capitalismo ha prodotto un contesto in cui non basta studiare, lavorare, giocare, desiderare, innamorarsi o abitare il proprio corpo. Bisogna farlo in modo produttivo e performante, mostrarlo, valorizzarlo, renderlo spendibile. Ogni esperienza deve diventare utile, ogni passione un investimento efficiente. L’esistenza diventa un curriculum permanente, un capitale umano da valorizzare, e se non reggi questa pressione sociale, «sei fuori».
L’educazione alla performance
È una tendenza che investe l’intera società, ma per la Generazione Z diventa ambiente educativo, scolastico, sportivo e digitale. La pressione verso la performance inizia presto. Lo si vede nello sport, dove l’infanzia viene catturata da un modello di specializzazione precoce. Se un bambino gioca a calcio o a tennis, molte società gli chiedono di assolutizzare la sua passione. Allenamenti, partite, tornei, selezioni, provini, campi estivi saturano altri possibili interessi. Se vuoi fare sul serio, devi allenarti tutti i giorni, rinunciare ad altro, impostare la vita familiare attorno a quel percorso. Non si tratta di demonizzare lo sport agonistico, né l’impegno. Ma ha senso organizzare la vita di milioni di bambini e bambine come se ognuno potesse diventare Lionel Messi o Serena Williams, sapendo che quasi nessuno lo diventerà? Ammesso, e non concesso, che i campioni si costruiscano nella logica della produzione in batteria.
La prospettiva o addirittura la promessa dell’eccellenza funziona anche quando non si realizza, come un dispositivo che insegna un modo di stare al mondo: se vuoi qualcosa devi investire tutto su te stesso; se non ci riesci non hai lavorato abbastanza, non ci hai creduto fino in fondo. D’altronde quanti campioni o star dello spettacolo ripetono che «se si crede veramente ai propri sogni questi non possono che realizzarsi»? E quindi se c’è un solo Messi è perché lui ci ha creduto veramente e tutti gli altri hanno la «colpa di non averlo fatto».

