Jacobin Italia

Essenziali ma invisibili

17 Aprile 2020

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Il lavoro agricolo e quello di cura domestica sono ufficialmente definiti indispensabili dal governo, ma per riconoscere i diritti sociali e sanitari di braccianti e badanti serve una sanatoria per i circa 700mila migranti irregolari

In questi giorni di quarantena il mantra che ci viene costantemente ripetuto è quello di «Restare a casa» e  «lavorare in smart-working». Per quanto queste misure siano utili a prevenire la diffusione del virus, sono di difficile (se non impossibile) applicazione per chi lavora nel settore della raccolta agricola, così come per chi si occupa di curare persone anziane non indipendenti. Si tratta di lavori oggi considerati ufficialmente essenziali dai decreti del governo: senza i braccianti impegnati tutti i giorni nei campi non avremmo cibo (da razziare) nei supermercati, senza le badanti i nostri nonni e nonne sarebbero lasciati soli. 

Si tratta però di lavoratori e lavoratrici tanto essenziali quanto emarginati. Le badanti svolgono un ruolo cruciale nell’assistenza agli anziani, e proprio per questo sono maggiormente esposte al contagio. Sarebbe quindi urgente elaborare delle forme di tutela in caso di malattia della badante o della persona di cui si prende cura. Molte di loro convivono con le persone assistite e quando queste ultime vengono ricoverate, le badanti si ritrovano spesso senza nemmeno un un posto dove vivere. Tale situazione si aggrava ulteriormente in caso di licenziamento quando alla difficoltà di  affrontare la disoccupazione si somma la perdita di un posto letto e l’impossibilità di fare ritorno al proprio paese di origine. A tutto questo si aggiunge il rischio di perdere il permesso di soggiorno per lavoro, in caso il periodo di disoccupazione si prolunghi oltre un anno.

Queste lavoratrici sono poco tutelate anche nella situazione di estrema emergenza che stiamo vivendo. Infatti il decreto «Cura Italia» esclude, all’articolo 22 comma 2, dalla cassa integrazione «i datori di lavoro domestico» oltre a escludere queste lavoratrici dal blocco dei licenziamenti, dal congedo parentale e dal bonus babysitter. Queste madri lavoratrici risultano così estromesse non solo da qualsiasi forma di contributo legato al lavoro svolto, ma anche dai benefici riconosciuti a tutte le madri in quanto tali. Proprio dall’esigenza di includere le lavoratrici domestiche nei provvedimenti legati all’emergenza è nato l’appello «Verso una democrazia della cura». 

Secondo le stime dell’Inps ci sono 456 mila collaboratrici domestiche e 402 mila badanti. Sono però stime parziali, essendo il settore contraddistinto da una forte percentuale di lavoro nero. Secondo quanto riportato da Giamaica Puntillo, segretaria nazionale delle Acli Colf, sarebbero infatti oltre un milione di lavoratrici. Le misure restrittive della circolazione imposte dal governo hanno inoltre comportato un aumento della sorveglianza da parte delle forze di polizia, incrementando le possibilità che persone prive di permesso di soggiorno siano fermate e detenute in attesa di rimpatrio. Molte badanti e colf hanno contratto il virus, ma non hanno diritto a usufruire delle cure mediche necessarie proprio a causa della loro condizione di irregolarità.

Stessa preoccupazione desta il caso dei braccianti impegnati nella raccolta agricola, quanto mai essenziali nella filiera agroalimentare. Sono moltissimi e prevalentemente di origine africana. Secondo recenti stime della Fai Cgil sarebbero oltre 430 mila i lavoratori occupati nei campi senza un contratto regolare e forme di tutela contro il Covid-19. Il sindacato di categoria ha anche denunciato come moltissimi braccianti siano costretti a recarsi al lavoro senza poter rispettare le prescrizioni di sicurezza, continuando a lavorare in nero. Del resto a causa della loro condizione di estrema precarietà molti vivono in baraccopoli e ambienti insalubri che possono diventare più facilmente focolai della pandemia.

Regolarizzare queste persone e il loro pieno accesso al sistema sanitario nazionale dovrebbe essere quindi più che mai di interesse collettivo. Secondo un recente report della fondazione Ismu, sono oltre mezzo milione le persone senza un regolare titolo di soggiorno presenti nel nostro territorio. Questo numero è in forte aumento anche a causa della mancanza di politiche migratorie strutturali: canali legali e continuativi di ingresso (la cancellazione sia dei flussi annuali che della figura dello sponsor non hanno fatto altro che incrementare gli ingressi e i soggiorni irregolari) e la totale assenza di leggi che permettano la regolarizzazione della propria posizione per coloro che sono già presenti sul territorio. La figura dello sponsor, introdotta nel 1998, era rappresentata da un ente pubblico o privato del territorio (un’associazione, un sindacato o un ente locale) che faceva da garante per il cittadino straniero, assicurandogli per esempio alloggio e sostentamento, ma è stata cancellata nel 2002. A questo quadro vanno aggiunti gli effetti della legge Bossi-Fini, che avendo reso il lavoro un requisito fondamentale per avere un titolo di soggiorno ha fatto cadere nell’illegalità moltissime persone prima regolari, e quelli del Decreto Sicurezza dell’ex ministro Matteo Salvini che ha reso impossibile il rilascio del permesso di soggiorno per motivi umanitari. 

Tale estrema condizione di precarietà fa sì che queste persone siano sempre meno propense a recarsi in ospedale in caso di sintomi sospetti. Mentre si diffonde l’odiosa ipotesi razzista secondo cui le persone nere sarebbero meno soggette al rischio di ammalarsi di Covid-19, si dimentica che molte di queste persone a causa del loro status precario non hanno diritto al medico di base e non si recano in ospedale per paura di essere arrestate e rimpatriate. 

Insomma, se si vuole tutelare la salute pubblica, proteggere il diritto alla salute dei migranti è di primaria importanza. L’unica soluzione ragionevole in un’emergenza come questa è una sanatoria, cosa che consentirebbe la regolarizzazione delle circa 700 mila persone irregolari presenti in Italia. La proposta di sanatoria promossa dalla rete LasciateCIEntrare, Legal Team Italia, Meltingpot e tante altre realtà impegnate in ambito migratorio propone come unico requisito la presenza sul territorio e «la previsione per il futuro di una regolarizzazione individuale a regime che consenta di ottenere il permesso di soggiorno allo straniero, che ne sia sprovvisto e che presenti determinati requisiti (solo a titolo esemplificativo: un’offerta di lavoro, condizioni personali di vulnerabilità, uno sponsor che si faccia carico dell’ospitalità e del mantenimento, ecc.)». 

Sin dalle prime ondate migratorie degli anni Ottanta, la sanatoria è uno strumento distintivo della nostra politica sull’immigrazione. Una prima regolarizzazione venne effettuata nel 1986 e interessò oltre 118 mila irregolari. Successivamente la legge Martelli (n.39-1990) promosse una sanatoria generalizzata per coloro che erano entrati prima del 31 dicembre 1989. Quest’ultima sanatoria concedeva due anni di tempo alle persone regolarizzate per trovare un lavoro. La regolarizzazione numericamente più importante (circa 650 mila nuovi permessi) fu però quella adottata nel 2002 proprio con la legge Bossi-Fini, attraverso due canali distinti, uno per Colf e assistenti familiari (legge 189/2002) e uno per gli altri lavoratori (legge 222/2002). Il pacchetto sicurezza (legge n. 92/2009) approvato dal quarto governo Berlusconi promosse la regolarizzazione di circa 300 mila migranti. Infine, il decreto legislativo 109/2012, introdotto durante il governo Monti, ha favorito l’emersione dal lavoro nero di molti cittadini non comunitari. 

Chi a destra parla oggi di «condono» facendo riferimento alla sanatoria, non conosce la  storia: più volte governi di destra hanno approvato provvedimenti di regolarizzazione, la vera differenza è che la motivazione è sempre stata di carattere economico e non umanitario.  

In una situazione emergenziale come quella che stiamo affrontando la soluzione di certo non può essere il rimpatrio. Questa procedura, come chi prometteva di «riportarli tutti» ha avuto modo di constatare, è di difficile applicazione in assenza di accordi bilaterali di riammissione con i paesi di origine dei flussi migratori. Ed è ancor meno praticabile quando i paesi di origine hanno chiuso le loro frontiere per prevenire la diffusione del virus e i voli charter di solito impiegati per il rimpatrio non vengono più effettuati. 

Le timide dichiarazioni di diversi ministri non sono sufficienti e occorre intervenire al più presto per garantire pieno accesso al diritto alla salute e alla dignità sul posto del lavoro a queste persone, sottraendole anche dal rischio di essere reclutate dalla criminalità organizzata. Peggio di chi per una manciata di voti minaccia, terrorizza e dissemina odio promettendo di «rimpatriare tutti», c’è solo chi per la stessa manciata di voti, pur essendo consapevole di questa condizione di vulnerabilità, della scarsa tutela legale e della conseguente maggiore ricattabilità che fa accettare situazioni di iper sfruttamento, volta le spalle agli ultimi negando loro dignità e diritti.

*Elizabeth Arquinigo Pardo, nata in Perù, è laureata in lingue per le relazioni internazionali. Si occupa di progetti di integrazione in qualità di operatrice sociale e legale. Ha pubblicato per Peoplepub Lettera agli italiani come me.