Jacobin Italia

Il fiume e lo stagno

10 Novembre 2025

Un nuovo movimento è emerso grazie a un obiettivo chiaro, rompere l’assedio a Gaza, e attorno a una coalizione che ha scavalcato qualsiasi precedente appartenenza. Meglio non tornare indietro

Nel mese di luglio ho passato una certa quantità di ore a parlare con persone a me vicine, sul perché non partecipassero alle manifestazioni per la Palestina. Parliamo di persone genericamente di sinistra, che non fanno militanza politica, in linea teorica disponibili a partecipare a una manifestazione, sicuramente molto arrabbiate per stare assistendo impotenti al genocidio a Gaza. E allora perché non andavano a cortei e presidi?

Le risposte, spesso molto articolate in altri casi più confuse, possono essere raccolte in due grandi macro aree: bisogno di unità e di obiettivi chiari, concreti.

Quello che veniva rimproverato insomma alla sinistra sociale e diffusa che promuoveva le mobilitazioni era di essere divisa, e di non avere nessun obiettivo concreto. Quello che mi stavano dicendo, e che in particolare una delle mie interlocutrici ha espresso più o meno così nella canicola dell’estate romana, era: «Finché scendete in piazza per non cambiare niente ma solo per urlare che non siete d’accordo che ci vengo a fare? Se invece scendiamo tutti in piazza insieme con un obiettivo chiaro ci vengo anche io». 

E in effetti spesso le piattaforme di mobilitazione erano incentrate su slogan molto radicali ma che apparivano velleitari, e con una grammatica di piazza piena di parole difficilmente digeribili da una parte consistente dell’opinione pubblica, tra cui in alcuni casi l’esaltazione della resistenza di Hamas o la retorica sui «martiri». 

In quelle stesse settimane ho ascoltato un intervento di Dario Salvetti del Collettivo di Fabbrica Gkn in Val di Susa, che metteva in guardia sulla coazione a ripetere di cui spesso la sinistra sociale e antagonista, ma anche il sindacato, sono ostaggio. Lamentava una difficoltà a pensare la mobilitazione in termini di efficacia, a elaborare tattiche e strategie per ottenere dei risultati, per spostare i rapporti di forza, piuttosto che per garantire la riproduzione della soggettività politica della propria sigla o della propria «area», autorappresentandosi per mezzo di un conflitto per lo più simulato. E dopo la sfilata e magari dopo aver preso qualche manganellata si torna a casa, senza aver fatto davvero un passo avanti. Un gioco da cui nessuno è esente, per onestà neanche chi scrive.

Mentre ancora mi interrogavo sulla ricerca di una soluzione a domande solo all’apparenza semplici, è cambiato qualcosa. Le prime manifestazioni di settembre segnalavano una disponibilità nuova. Per le strade di Roma iniziavano a esserci cortei lunghissimi, con tante persone che prima non si vedevano. Manifestazioni che giravano in tondo per la città, senza nessuna voglia di tornare a casa. Agli slogan dei mesi precedenti si affiancavano o sostituivano parole d’ordine in grado di parlare a molte più persone. 

Cos’era successo? La preparazione della partenza della Global Sumud Flotilla stava innescando un meccanismo di partecipazione inedito. Per la prima volta dopo due anni chi scendeva in piazza lo faceva perché si sentiva attore attivo e non passivo in una storia. Come se dal pubblico qualcuno si alzasse per interrompere lo spettacolo o urlare una battuta che fa assumere un nuovo senso alla scena. In piazza erano arrivati anche quelli che poche settimane prima erano scettici, quelli che mi spiegavano perché alla fine no, loro a manifestare non ci andavano anche se sì, certo, erano d’accordo con la causa. Non solo scendevano in piazza, ma scioperavano e partecipavano a ogni ora alle convocazione di presidi e cortei. 

Un nuovo movimento in solidarietà alla Palestina e contro la guerra è emerso con la nascita di un obiettivo chiaro (rompere l’assedio a Gaza), e di una coalizione che ha scavalcato attorno a questo obiettivo qualsiasi precedente appartenenza come testimoniato dalla composizione degli equipaggi, che hanno visto navigare insieme parlamentari del Partito democratico e i portuali genovesi del Calp, esponenti di grandi centrali associative della società civile e attivisti di gruppi antagonisti.

Sappiamo cosa è accaduto dopo: milioni di persone in piazza letteralmente notte e giorno. Due giornate di sciopero generale che ha avuto un’estensione del tutto nuova nella sua dimensione sociale, la tante volte evocata «generalizzazione» che si è materializzata nelle nostre città, tra scuole deserte, negozi chiusi per protesta, circolazione di merci e persone paralizzate. 

Anche la conflittualità sociale, che ha preso vita soprattutto con lo slogan «blocchiamo tutto» e la prolungata occupazione di importanti arterie stradali, ferroviarie e così via, è stata praticata e legittimata da una partecipazione di massa e non è stata appannaggio esclusivo dei gruppi organizzati. Gli episodi di incidenti con la polizia in diverse città sono stati spesso frutto di una dinamica spontanea e radicata in alcuni settori sociali giovanili, con militanti vecchi e nuovi più o meno spettatori. Altro che professionisti della guerriglia!

Sono state giornate entusiasmanti. Settimane che sono sembrate mesi. Una mobilitazione talmente imponente da spaventare davvero il governo, che ha prefigurato l’emergere di un nuovo attore politico, desideroso di parlare una lingua cosmopolita e internazionalista, e non quella del suprematismo occidentale, orientato a un orizzonte di pace e non alla militarizzazione delle nostre società. 

E dopo? Dopo c’è chi ha tentato in tutti i modi di ricondurre nel recinto della propria identità politica un movimento assolutamente plurale, di mettersi alla testa del movimento, noncurante di quanti seguivano. La partecipazione con il venire meno di una pratica concreta in cui riconoscersi, la Flotilla, si è assottigliata e sono emerse più le divisioni che il minimo comune denominatore. Il fiume è tornato a essere stagno, con l’effetto che le questure si sono qui e là vendicate a suon di manganellate, per essere state scavalcate nelle settimane precedenti dalla marea scesa in piazza travolgendo ogni argine. Per i pesci rimasti a nuotare nello stagno è più facile venire pescati, sono costretti a muoversi in uno spazio angusto. Non è un caso che media e politica sono tornati a criminalizzare il movimento in solidarietà con la Palestina.

Per fare in modo che la mobilitazione in solidarietà alla Flotilla non sia un’eccezione, per tornare a essere un fiume, dobbiamo pensare non alla somma dei soggetti organizzati, ma ripartire dalle ragioni che hanno portato milioni di persone in piazza: riconoscimento in una pratica, trasmissione di un’unità attorno a obiettivi condivisi e chiari. 

Abbiamo visto per esempio che la generalizzazione dello sciopero non la fa la semplice somma dei sindacati e delle realtà sociali, e che allo stesso tempo il ruolo delle organizzazioni è ovviamente fondamentale. Costruire la convergenza di lotte, reti e soggetti diversi, è la premessa per costruire quelle pratiche in grado di fare da catalizzatore, di mobilitare, di creare empatia e immedesimazione. Immaginare le pratiche e gli obiettivi è allora il compito che ci spetta. Mettersi in movimento, letteralmente. Interrompere la trama del potere, far emergere nuovi protagonisti in una storia altrimenti già scritta.

*Valerio Renzi, giornalista e attivista. Da anni scrive di destre radicali in Italia e in Europa. Il suo ultimo libro è Le radici profonde. La destra italiana e la questione culturale (Fandango Libri). Ha una newsletter sedestra.substack.com.