Dagli anni Ottanta non abbiamo sentito altro che incensare l’economia di mercato, la sfera privata, l’individualismo. Essi avrebbero dimostrato definitivamente la loro superiorità rispetto allo Stato e al suo protagonismo economico, giudicati inefficienti e caratterizzati da sperperi e corruzione. La controprova era da un lato la fallimentare vicenda del socialismo sovietico, dall’altro il declino del compromesso keynesiano tanto inseguito dalla socialdemocrazia. Dalle macerie di questi esperimenti si è affermato il ciclo neoliberista: il mercato poteva viaggiare con il pilota automatico, ogni istanza fondata sull’egoismo individuale poteva spontaneamente produrre assetti economici e sociali funzionali e in grado di generare crescita. Una sorta di trionfo della razionalità economica del mercato. Questo impianto politico e ideologico con la crisi del 2008-2011 ha subito una decisa scossa.
Una nuova contesa tra Stato e mercato
Il mercato lasciato ai suoi spontanei istinti ha condotto a gravi degenerazioni che hanno reso necessario l’aiuto delle Banche centrali e degli Stati, ma nel giro di qualche anno il loro intervento è stato stabilizzato dentro l’alveo di politiche mercatiste. È con la pandemia del 2020 che un colpo più profondo viene inferto alla materialità neoliberista: con l’emergenza lo Stato ritorna di attualità. C’è bisogno di sanità, ricerca e soldi pubblici. Ristori, intervento a sostegno delle imprese e, in alcuni casi, anche ripubblicizzazioni. Non a caso l’Unione europea ha sospeso il divieto degli aiuti di Stato.
Questo duplice colpo (crisi prima e pandemia dopo) non può lasciare inalterato il panorama teorico e pratico dell’economia contemporanea. Non sarà sufficiente un disinvolto pragmatismo nell’uso di risorse pubbliche per confermare il liberismo «asimmetrico», in cui il capitale è protetto dallo Stato e le regole di mercato valgono soltanto per gli attori restanti, di cui in passato ha parlato Emiliano Brancaccio. Se lo Stato gioca una partita importante non sarà semplice derubricare la messa in moto della sua macchina. Oggi lo Stato non salva solo la finanza, ma imprese, produzione, consumi insieme alla vita di milioni di individui.
Si sta aprendo una nuova contesa che non solo attiene all’attuale emergenza, ma che potrebbe essere trainata da nuove necessità di ordine strutturale. Il sociologo Domenico De Masi ha recentemente scritto: «Man mano che avanza la società postindustriale, che cresce la richiesta di servizi da parte dei cittadini, che diventa impossibile distribuire la ricchezza in base al lavoro svolto, che dunque il welfare risulta più ineludibile e i problemi travalicano la capacità risolutiva delle organizzazioni private, man mano che avviene tutto questo, lo Stato recupera centralità mentre la sua amministrazione, servita soprattutto da lavoratori intellettuali, più di ogni altra può avvantaggiarsi delle tecnologie digitali e dell’intelligenza artificiale» (Lo Stato necessario, Rizzoli, Milano 2020). La tensione tra sfera privata e pubblica dopo anni riappare come una novità, aprendo alla possibilità di cambiamenti che potrebbero spostare il baricentro delle politiche economiche. Il problema sarà quale modello mettere in campo. Si tratta di non essere risucchiati nella contesa tra privato e Stato, finendo per risultare subalterni a una logica statocentrica.
