Jacobin Italia

La tripla crisi e il futuro

11 Marzo 2021

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Il sistema politico cerca di approfittare della sovrapposizione tra blocco istituzionale, emergenza pandemica e collasso economico per costruire una nuova normalità. Ma il destino non è ancora scritto

È venuto il tempo della ricostruzione. Di un futuro che per essere tale dovrebbe fare rima con speranza. E di futuro, ripresa, resilienza e di qualche speranza cercano di parlarci i freddi documenti europei del Next Generation Eu, così come il correlato dibattito che cerca faticosamente di scalzare via quello ben più opprimente legato al Covid 19. Ma il futuro è una cosa seria, generalmente va conquistato, non contempla regali. 

E infatti non è un regalo nemmeno il Recovery fund, la dotazione da 209 miliardi – senza contare le cifre di contorno o gli abbellimenti contabili – che dovrebbe mettere l’Italia e l’Europa in condizioni di afferrare il futuro e di dare una sterzata alla crisi. Solo che il dibattito che sottende a quei documenti è spesso immemore delle condizioni in cui l’Europa è arrivata al presente, delle fratture sociali esistenti, delle diseguaglianze, dei conflitti e delle contraddizioni profonde. La prima aporia che possiamo riscontrare nel dibattito sul Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) è innanzitutto questa tonalità di pacificazione e unificazione nazionale coltivata nella necessità di abbattere «tutti insieme» la pandemia, glorificata nella nascita del nuovo governo Draghi.

La nascita del governo dei «competenti» offre già una cartina al tornasole della situazione. Il sistema politico italiano, infatti, ha inteso approfittare dell’irripetibile opportunità data dalla sovrapposizione tra crisi istituzionale (che dura almeno da un ventennio), crisi sociale ed economica (anch’essa almeno dal 2008) e crisi pandemica per regolare un po’ di conti. Innanzitutto per eliminare le «anomalie di sistema» e quindi costringere le forze riottose ad accettare l’ordine economico fondato sull’Unione europea e adattarsi a una nuova normalità e a un perimetro istituzionale più sobrio e affidabile. Il governo Draghi è un governo di sistema che mette ai margini i refrattari – pochi e quasi tutti a destra – per istituire un nuovo ordine politico basato sui canoni del pensiero unico liberista. Una normalizzazione che trafigge di colpo anche un movimento come i Cinque Stelle, finora indisponibile ad accettare tutte le compatibilità, ma che, nell’accodarsi a Mario Draghi, imbocca la strada della completa istituzionalizzazione. E che lambisce anche la destra sovranista di Matteo Salvini costretta ad accettare il patto europeista per accreditarsi una volta per tutte come normale forza di governo. Colpisce che in questa stabilizzazione non emerga anche a sinistra, come invece a destra accetta di fare il partito di Giorgia Meloni, una forza significativa che recuperi la tradizione della sinistra radicale di non farsi assimilare dal partito unico della stabilità europeista. 

Il futuro che viene, quindi, si presenta con il volto beffardo di un nuovo quadro politico che però dovrà giocare molte delle sue carte nella gestione e realizzazione del Recovery fund, mantra obbligato per chiunque voglia impostare un piano programmatico per l’avvenire. Ma, come già evidenziato, il dibattito è fortemente falsato dalla rinuncia a tracciare i confini dei soggetti sociali in campo e a rendere trasparenti le contraddizioni che questi si portano dietro. Non esiste un Piano di ripresa valido per tutti, buono per qualunque esigenza, non c’è una transizione ecologica che possa offrire una speranza ai giovani di Fridays for Future e mettere in ordine la disastrata economia capitalistica. 

Lo si deduce già dalle cifre. Quando ha presentato il Green New Deal negli Stati uniti la sinistra socialista di Bernie Sanders e Alexandria Ocasio-Cortez non ha certo proposto una rivoluzione sociale, immaginando una corposa ma più circoscritta riforma di sistema. Quel piano si era dato obiettivi importanti come l’utilizzo di fonti di energia rinnovabile al 100% per arrivare a zero-emissioni da effetto serra, ingenti investimenti pubblici, veicoli elettrici, nuove reti ferroviarie, vincoli precisi alla produzione industriale nociva, nuovi posti di lavoro. E ancora, maggior tassazione ai redditi più elevati (il 70% di imposte sopra i 10 milioni di dollari), salari più alti, garanzie per le pensioni. Insomma, un piano di riforma adeguato alle urgenze del nostro tempo in cui conciliare i destini del pianeta con quelli delle classi più disagiate. Alcuni hanno stimato che quel piano potesse costare circa mille miliardi (secondo l’American Action forum, legato ai Repubblicani, almeno 9.300 miliardi in dieci anni, mentre la Clear View Energy Partners ha stimato un costo di almeno tre volte tanto, 2.900 miliardi l’anno).

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