I cosiddetti sovranisti – quelli italiani in particolare – fanno del cibo e dei prodotti tipici elementi di propaganda nazionalista: lo spiega bene Wolf Bukowski nel suo La Santa Crociata del Porco. Uno sciovinismo pantagruelico in cui prosciutti e formaggi, pietanze e bevande costituiscono le geografie di piccole o grandi patrie, di identità da difendere da imitatori e concorrenti. Denominazioni di origine controllata e Indicazioni di provenienza diventano ricchezze da opporre all’estraneo. Sangue e terra rappresentano l’essenza del nuovo razzismo culturale che, smarcandosi da misurazioni craniche e classificazioni in base al colore della pelle, traccia nuove divisioni sacralizzando paesaggi urbani e umani, vagheggiando in un folklore modernissimo una perduta età dell’oro mai davvero esistita. Tra le file di costoro si trovano paradossalmente i negazionisti climatici. Eppure, chi cerca nella fissità del paesaggio, del gusto, del rito la propria identità si dovrebbe preoccupare della scomparsa dell’ambiente così come lo conosciamo.
Come saranno colline, boschi, città d’arte, riviere dell’Italia se non fermiamo il riscaldamento globale? Il visitatore di domani di un ipotetico Grand Tour cosa vedrà? Lo scorgiamo in Qualcosa, là fuori (Guanda, 2016), il romanzo di Bruno Arpaia che racconta la storia di una carovana di migranti climatici dalla Penisola alle sponde della Danimarca. L’esodo del protagonista e dei suoi compagni di viaggio si intreccia con il percorso del mondo verso il precipizio. Da quando i sintomi si manifestano in maniera palese a quando ogni cura è inefficace. Il viaggio di chi ha perso tutto è crudele, eppure il professor Livio Delmastro non rinuncia alla solidarietà. E racconta come è arrivato fin là: «Ricordava benissimo quando, da bambino, aveva visto la famosa immagine dell’orso polare intrappolato su un pezzo di banchina, alla deriva tra i ghiacci dell’Artico che combaciavano a sciogliersi: il mondo ricco aveva avuto un brivido. Di fronte a quella foto, milioni di persone con la pancia piena avevano provato, paura, indignazione, terrore dell’apocalisse che si avvicinava... E poi subito dopo, avevano pensato ad altro. Ecco forse era lì che era cominciata tutta quella storia».
Chi scrive ha letto il libro di Arpaia mentre aspettava una figlia, fatto che ha contribuito a trasformare qualche giorno di vacanza primaverile in momenti angosciosi. Perché non fioriscono chiese dell’ultimo giorno e movimenti millennaristi che annunciano la fine? Perché i numeri degli scienziati, quegli stessi allarmanti rapporti che presentati in appendice al romanzo lo rendono assolutamente verosimile e forse profetico, non destano un impegno unanime per cambiare rotta? Perché nella pastoia in cui i negazionisti climatici e le lobby delle industrie trascinano ricercatori e attivisti, un ovvio vaticinio suffragato dai fatti diventa nebulosa possibilità. Arpaia, fa del suo libro uno strumento di pedagogia ambientale.
I big della Silicon Valley, senza troppo clamore e mentre ostentano ottimismo e vendono letteralmente futuro, si attrezzano a sopravvivere. Al posto dei bunker antiatomici della psicosi nucleare da Guerra Fredda acquistano terreni con piste di atterraggio in Nuova Zelanda. Scarsamente popolata, isolata e florida, sarebbe la terra ideale secondo molti dove rifugiarsi mentre la società capitalista collassa. A tutti noi, che non ci possiamo permettere ranch con guardie armate e pieni di provviste, rimane il viaggio di Livio e dei suoi amici.
