
L’importanza di chiamarsi Mussolini
Rachele, nipote del Duce, gioca sulla forza del proprio cognome e gode della visibilità che esso produce. È l'ennesimo segnale della normalizzazione del fascismo avvenuta negli anni scorsi
Rachele Mussolini, con 8.264 preferenze, è stata la candidata più votata nel consiglio comunale di Roma. Una notizia che è stata trattata come un dato di colore, una delle tante curiosità che accompagnano ogni tornata elettorale. Eppure faticheremmo a immaginare una Eva Hitler passare così inosservata alle elezioni per il borgomastro di Berlino. In Italia era già successo con la sorellastra di Rachele, Alessandra Mussolini, parlamentare di lungo corso, e con il secondo cugino Caio Giulio Cesare Mussolini, candidato alle ultime europee. Anche in questo caso è avvenuto in Fratelli d’Italia, il partito di Giorgia Meloni, la trionfatrice dei sondaggi che, nonostante l’ansia di sdoganamento con cui la guarda l’establishment mediatico, continua a sventolare la fiamma tricolore dei reduci di Salò.
Il punto ovviamente non è che non ci si possa candidare se ci si chiama di cognome Mussolini: il punto è che queste persone sono state candidate esattamente perché si chiamano Mussolini. A 76 anni dalla morte del Duce, la sua eredità è un capitale elettorale che ormai può essere giocato senza particolari ostacoli né scandali. Il fiorire di Mussolini che popolano la politica italiana non è un problema in sé ma per ciò che rappresenta: un altro indice, tra i tanti che vedremo, della normalizzazione del fascismo come opzione politica legittima in Italia, come memoria da evocare e a cui attingere a scopi propagandistici, come apparato simbolico ormai rientrato a pieno titolo nel repertorio della destra mainstream e di governo.
Un gioco postmoderno
Nel mainstream della politica italiana, in particolare sotto elezioni, l’antifascismo è un topos pigro e logoro. Le grandi chiamate al voto per i candidati del centrosinistra, non importa quanto moderati e compromessi con i peggiori interessi economici, spesso evocano il dovere di fermare l’ingresso nelle istituzioni di una destra le cui credenziali democratiche sono sempre dubbie e i cui legami simbolici con le pagine più vergognose della storia d’Italia (bastano tre parole: colonialismo, guerra, Olocausto) restano visibili. Un rito stanco, sempre meno convincente in un’epoca in cui lo stesso centrosinistra è al governo con la Lega di Matteo Salvini nel governo tecnico guidato da Mario Draghi.
L’ipocrisia e la strumentalità di chi si ricorda dell’antifascismo solo quando è ora di chiamarci a votare per chi non vorremmo, però, non sono un buon motivo per fare a meno di indagare il ruolo simbolico che il fascismo continua ad avere nella destra italiana.
Come dicevamo, Rachele Mussolini, figlia del celebre musicista jazz Romano, e omonima della moglie del Duce, non si è candidata e non ha preso migliaia di voti nonostante il suo cognome: si è candidata e ha preso migliaia di voti proprio grazie al suo cognome. Il suo personaggio mediatico, meticolosamente costruito sui social, si basa sulla riproposizione periodica di strizzate d’occhio ai simboli del fascismo, a cui segue immancabilmente una polemica pubblica, da cui esce con il classico mix di vittimismo e familismo. Va a Predappio, meta di pellegrinaggio per i nostalgici che vanno a visitare la tomba dell’ex dittatore? Può rispondere: «Lì è sepolto mio padre». Pubblica una foto commemorativa del compleanno del Duce su Instagram? «È mio nonno. Aveva un valore esclusivamente familiare». Eppure i riferimenti simbolici sono continui, e tutt’altro che familiari. Commemora l’anniversario della nascita del Movimento Sociale Italiano, si riprende mentre canticchia La Canzone del Piave (melodia nazionalista sulla Prima Guerra Mondiale) scrivendo «Io la preferisco a Bella Ciao, e voi?», per l’Anniversario della Liberazione si fotografa con un cartello con scritto: «Il 25 aprile festeggio solo San Marco».
Il gioco è chiaro ed è tutto postmoderno: non stiamo parlando di un vecchio militante missino che non trattiene i propri sentimenti, ma di una donna poco più che quarantenne che, consapevolmente, sfida in pubblico tutti i tabù dell’antifascismo giocando con la memoria del dittatore di cui porta il cognome, per scatenare ovvie reazioni e guadagnare qualche minuto di visibilità e qualche follower a colpi di vittimismo contro la «cancel culture». Un meccanismo pienamente integrato nella logica della destra radicale di oggi, una versione italiana dei tentativi di «trigger the libs» («Provocare i liberal») dell’alt-right americana. E, se ci pensiamo, un’evoluzione del genere già sperimentato da sua sorella Alessandra. Come si intitolava il servizio su Playboy che la rese famosa all’inizio degli anni Ottanta? «Alessandra Mussolini: lo splendido nudo della nipote del duce». Il suo nudo veniva pubblicato non nonostante il suo cognome ma proprio grazie al suo cognome. E da lì si è sviluppata la carriera che l’ha portata a essere cinque volte deputata, una volta senatrice, due volte europarlamentare.
Non è un caso che, dopo l’abbandono del mondo post-fascista da parte di Alessandra Mussolini, approdata in Forza Italia, Giorgia Meloni sia corsa a candidare il secondo cugino Caio Giulio Cesare Mussolini e la sorellastra Rachele Mussolini. C’è un capitale politico in quel cognome, radicato in due processi diversi. Da una parte, appunto, la capacità che il cognome Mussolini ha di far parlare di sé e di chi lo porta, di attirare l’attenzione, di scatenare controversie che portano visibilità, like, follower. Dall’altra, la forza di riferimento simbolico che quel cognome tuttora ha in una parte significativa della destra italiana, a cui per una cinquantina d’anni era stato imposto di inabissarsi, e che nella Seconda Repubblica ha rimesso la testa fuori, con il cadere di qualsiasi pregiudiziale antifascista in nome di un «afascismo» che tratta il Ventennio come un periodo storico qualsiasi e il regime come un’opzione politica tra le tante.
La normalizzazione del fascismo
Il partito che ha candidato ed eletto Rachele Mussolini del resto porta ancora nel proprio simbolo la fiamma tricolore scelta nel 1946 da Giorgio Almirante e altri reduci del regime fascista e della Repubblica di Salò per rappresentare l’indomito spirito fascista che non si spegne e continua ad ardere, risorgendo in eterno dal feretro del fascismo e del suo Duce. Questo simbolo inequivocabilmente fascista sarebbe secondo i sondaggi il più votato dagli italiani se domani si tenessero le elezioni politiche.
Ciò non significa che sia possibile liquidare come fascista tout court Fratelli d’Italia e chiederne lo scioglimento, o pensare che lo scopo dell’azione politica di Giorgia Meloni sia la sostituzione della repubblica parlamentare con un regime a partito unico. Però mantiene un’evidente continuità con quella storia, e non solo: riattiva e rilancia quella continuità in una forma e con una frequenza ben diverse, ad esempio, da quelle adottate da Gianfranco Fini negli anni Novanta e 2000 con Alleanza Nazionale. Erano gli anni dello «sdoganamento», la destra post-fascista aveva bisogno di accreditarsi come forza di governo, Fini volava in Israele e ammetteva che il fascismo aveva contribuito al «male assoluto» dell’Olocausto, provocando la fuoriuscita dal partito di Alessandra Mussolini, che commentava: «è stata sancita una incompatibilità e un pregiudizio non tanto con le mie posizioni politiche, ma con il cognome che porto».
Perché invece, nel 2021, un partito in crescita nei sondaggi, guidato da una leader ambiziosa che punta esplicitamente alla presidenza del consiglio, e a cui tutti i giorni la stampa mainstream, ansiosa di sdoganarla, chiede di dichiararsi pubblicamente antifascista, non solo si guarda bene da fare queste concessioni, ma candida ed elegge Rachele Mussolini? Cos’è successo, nel frattempo? Perché ciò che spaventava gli elettori quindici anni fa oggi li attira?
È successa la Seconda Repubblica, con la fine dei partiti che l’avevano guidata, dal governo come dall’opposizione, con la fine della Guerra Fredda che ne aveva strutturato confini ed equilibri. Saltato il tappo della Democrazia Cristiana, partito moderato ma pubblicamente antifascista, e condannato a governare in eterno per evitare il pericolo comunista, si forma una nuova destra, la prima destra di massa e di governo dell’epoca repubblicana, con Berlusconi, la Lega e i post-fascisti del Movimento Sociale Italiano trasformato in Alleanza Nazionale. Questa destra non è fascista, se non in piccoli settori, ma non è certo antifascista. Nasce l’«afascismo», l’indifferenza al tema, di cui Berlusconi sarà tra i massimi esponenti per oltre vent’anni, rifiutandosi sistematicamente di partecipare alle commemorazioni ufficiali del 25 aprile, anche da presidente del consiglio.
Non è un complotto politico: c’è un sentimento popolare con cui questa destra entra in relazione. L’Italia, nelle classificazioni delle transizioni dal fascismo alla democrazia, si trova in una posizione intermedia: non è stata una transizione soft, alla spagnola, con il vecchio regime che si fa democrazia in piena continuità, ma non è stata neanche una rottura rivoluzionaria, e nemmeno ha avuto il processo di Norimberga. L’Italia visse tra il ’43 e il ’45 una sanguinosa guerra civile, che rovesciò armi in pugno il regime con l’aiuto degli alleati, ma fece anche l’amnistia e limitò al minimo l’epurazione. Inoltre, una quota di popolazione, per quanto minoritaria, continuò a covare sentimenti di nostalgia per la dittatura, nascosti sotto la retorica ufficiale. Quando quella retorica è saltata, sono arrivati gli imprenditori della politica e della cultura pronti a cavalcare le correnti sotterranee. Centrale è stata la battaglia culturale: si inizia con la falsificazione di una lettera di Palmiro Togliatti per farlo credere complice delle sofferenze dei soldati italiani in Urss, nel ’92, si prosegue con l’operazione di Giampaolo Pansa sulle violenze dei partigiani durante e dopo la Resistenza, si raggiunge l’apice con la costruzione della memoria delle foibe come retorica di stato completamente omologata al punto di vista neofascista e nazionalista sulla vicenda. Picconare l’antifascismo per creare spazio a un nuovo nazionalismo, necessario all’emersione della nuova destra, e nutrire il bisogno di riferimenti simbolici del pubblico di questa nuova destra, che non può vivere di sola Striscia la Notizia.
Ma oltre alla demolizione dell’antifascismo, gli anni che abbiamo alle spalle sono stati soprattutto quelli della normalizzazione totale del fascismo. E qui i responsabili, più che storici o politici, sono giornalisti e divulgatori. L’emblema più riconoscibile è probabilmente Arrigo Petacco, giornalista che tra il 1979 e il 2018 pubblicò ben 36 libri a tema fascismo e Seconda guerra mondiale. Corredati da interviste sui grandi giornali e speciali televisivi, spesso ospite dell’amico Bruno Vespa su Raiuno, in cui si sostenevano tesi come l’estraneità di Mussolini al delitto Matteotti, in cui ci si soffermava sugli aspetti scabrosi o umani della vita privata del Duce, in cui si avallava la rappresentazione del fascismo come «regime da operetta», da non prendere sul serio, ignorando i suoi aspetti tragici: come se fosse una delle tante forme in cui l’italianità si è espressa nel corso dei secoli, né migliore né peggiore di altre. Ed è nel corso di questi speciali televisivi che torna fuori la memoria positiva del fascismo, quella custodita da alcuni per decenni e seppellita sotto la retorica ufficiale antifascista. In fondo, si sente raccontare in tv, Mussolini era uno come noi, gli piacevano le donne, litigava con la figlia, e si dannava l’anima per governare questo benedetto paese di pasticcioni individualisti, ma dal grande cuore. Un racconto bonario e destoricizzato in cui il colonialismo sparisce, la guerra viene derubricata a errore tattico, e l’Olocausto, con antipasto di leggi razziali, completamente scaricato sull’alleato nazista. Anche qui niente di nuovo: un pezzo d’Italia l’ha sempre pensata così. Ma ora lo si dice in tv, lo si legge nei libri, lo ripetono i politici.
Un’operazione anch’essa postmoderna nel senso che supera la drammaticità storica del Novecento per emergere nell’eterno presente dell’epoca neoliberista, in cui le tragedie di massa svaniscono a vantaggio di un fotoromanzo di piccoli aneddoti personali e individuali. E se Mussolini non è più una figura mitica e lontana, per quanto in negativo, ma uno come noi, lo si può nominare, ricordare, e il suo cognome può diventare di uso comune. E se delle sue discendenti capiscono che offre interessanti opportunità di marketing politico, le si troverà in lista.
Una volta compiuta quest’operazione, è ridicolo lanciare crociate contro i calendari del Duce e le gite a Predappio o cercare di inasprire le pene per l’apologia di fascismo. Se le istituzioni della Repubblica e l’industria culturale non sono più antifasciste ma «afasciste», cioè neutrali rispetto alla vicenda di metà secolo, le iniziative di cui sopra rischiano di essere meramente performative quando non ipocrite.
Giorgia Meloni non sta preparando il golpe in stile 1922. Ma nell’Europa di Orbán e dei Kaczyński, non c’è bisogno del colpo di stato per vedere nella destra un pericolo democratico. Una volta costruito un bipolarismo nella storia tra fascismo e antifascismo, tra «Faccetta nera» e «Bella ciao», una volta permesso che il fascismo sia parte integrante, per quanto superficiale, del repertorio simbolico della destra mainstream, c’è poco da fare. Candidare ed eleggere Rachele Mussolini diventa inevitabile.
E così ci troviamo nel paese democratico in cui è più normale e comune sentire elogiare la dittatura da cui siamo usciti, sentirla rimpiangere pubblicamente, vederne gli eredi fare le vittime sui social e farsi eleggere nelle istituzioni. Credere che ciò non abbia effetti sul tessuto democratico, ahimè, è miope. Non solo legittima e dà spazio a gruppi razzisti, omofobi, violenti ma crea una vasta area di consenso: o, meglio, permette a un consenso che era sempre esistito di manifestarsi.
*Lorenzo Zamponi, ricercatore in sociologia, si occupa di movimenti sociali e partecipazione politica. È coautore di Resistere alla crisi (Il Mulino).
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