Jacobin Italia

Storie che non finiscono

11 Marzo 2021

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All’epoca della «fine della storia» corrispondevano racconti disincantati dietro cui si celava il disperato inseguimento del presente che sfugge, tipico dei social network. La crisi pandemica è anche il collasso di quelle narrazioni

La storia del futuro – i modi in cui lo prefiguriamo, lo viviamo e poi ricordiamo di averlo immaginato – ha a che fare con la nostra capacità di discernere la verità e le relazioni di potere che queste narrazioni contengono. La tragedia epocale della sconfitta della classe operaia nel Novecento sta tutta qui: è legata al fatto che uomini e donne smarriscano la certezza che stringendo relazioni solidali e paritarie le loro condizioni di vita siano sempre, e progressivamente, destinate a migliorare secondo traiettorie lineari e un esponenziale accumulo di forza. Da qui deriva la divaricazione tra le due categorie identificate da Niklas Luhman: i «presenti futuri», quelli che descrivono ciò che avverrà domani e i «futuri presenti» vale a dire ciò che che qui e ora ci immaginiamo per gli eventi a venire. 

Fin dalla storia dell’esodo degli ebrei in Egitto, delle rivoluzioni contadine nella riforma luterana e dello sbarco dei Padri pellegrini, i miti politici e gli archetipi narrativi a essi sottostanti ruotano attorno al fatto che le forze del bene nel futuro trionferanno una volta per tutte, anche se dopo accadimenti apocalittici e dure battaglie. Il futuro si concretizzerà in cambio di privazioni, sacrifici che servono ad arrivare alla terra promessa e meritarsi un posticino nella nuova era. Persino negli anni Ottanta dell’edonismo e della vittoria contro l’Impero del male del socialismo reale, Ronald Reagan era solito menzionare oscuri presagi e toni apocalittici nei suoi discorsi. La carica ideologica sottostante la «guerra infinita» di Bush Il Piccolo all’indomani dell’attentato delle Twin Tower era parimenti carica di toni da scontro finale. Successivamente, in occasione del dibattito sull’opportunità dell’intervento militare in Siria contro il regime di Assad, i blog e le radio della destra evangelica hanno scomodato un versetto biblico per dimostrare come la profezia sull’Apocalisse si stesse compiendo: «Damasco cesserà di essere una città e diventerà un cumulo di rovine», secondo quanto predetto dal libro del profeta Isaia, capitolo 17, versetto primo. L’ambivalenza Apocalisse/Rivelazione dei millenaristi serve a creare la trama esoterica secondo la quale gli adepti militanti appartengono a una schiera di «eletti» che hanno compreso il senso delle bugie dominanti, hanno potuto scoprire la verità sulla società e i mali che l’affliggono. Ancora una volta, torna in gioco il rapporto tra narrazione del futuro e verità.

L’idea del futuro egemone negli ultimi vent’anni almeno è figlia della rivoluzione digitale. Nuove frontiere elettroniche e paesaggi virtuali promettevano un mondo ripulito e aconflittuale, liscio e facilmente attraversabile. Tuttavia, mentre i monopolisti più grandi della storia del capitalismo costruivano la loro egemonia fatta di social network che annunciano di voler agevolare la pace nel mondo (come Mark Zuckerberg per anni definì Facebook) e di macchine informatiche che assicurano l’accesso alla condivisione universale dell’informazione (come promette Google), i ricchi miliardari della Silicon Valley spesso vennero sorpresi a investire carrettate di dollari per costruirsi rifugi anti-apocalisse, posti in cui nascondersi in caso di catastrofe climatica o pandemie globali (ebbene sì) per aspettare tempi migliori. Questa divaricazione tra futuro promesso e futuro temuto, e in una certa misura tra le accezioni luhmaniane di «presente futuro» e «futuro presente», contiene la grande contraddizione del futuro nell’epoca delle piattaforme digitali. 

Secondo l’analista Douglas Rushkoff, il tempo che viviamo da quando siamo immersi nei media digitali non è più lineare. Il passato non è una sequenza temporale situata alle nostre spalle, ma si confonde nel rumore bianco dell’informazione che tracima dappertutto. All’apparenza è tutto alla portata di un clic, recuperabile in qualche server o scorrendo indietro la nostra linea del tempo (la timeline). Tuttavia, «un cambiamento nel formato di un file può rendere decenni di lavori salvati inutilizzabili, così come uno sciocco commento dimenticato su Facebook, scritto quando eravamo ubriachi, può mandare all’aria un colloquio di lavoro». È come se stessimo continuamente a travasare le informazioni del passato nella speranza di raggiungere il futuro, il che finisce per annullare il presente. Siamo costantemente affannati, spinti a cercare oggetti «ancora più freschi e aggiornati». Dovrebbe servire ad apparecchiare il presente, a renderlo più conforme alle nostre aspettative, ma per farlo inseguiamo ciò che è già successo e ignoriamo ciò che accade realmente attorno a noi. «Conduciamo noi stessi e le nostre attività come se stessimo guidando un’automobile attraverso lo specchietto retrovisore», scrive Rushkoff: questo è il pessimo risultato della digifrenia.

Per Rushkoff, nell’era della connessione eterna, della frammentazione delle identità e della proliferazione dei tempi dei social, ci sono due modi per raccontare una storia, cioè per tracciare un nesso tra passato e futuro e costruire una narrazione dentro alla quale riconoscersi. Per spiegarli fa riferimento a due film, usciti nell’anno in cui lo stato si apprestava a smantellare la dorsale di Internet e la rete iniziava a uscire da campus e caserme per arrivare ai comuni cittadini: Forrest Gump e Pulp Fiction

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