
Timor Est, il genocidio interrotto
Venticinque anni fa gli italiani vennero a sapere dell’esistenza di Timor Est quando le Nazioni unite decisero di agire in nome dell'«interventismo umanitario»
Tutto d’un tratto nell’autunno del 1999 i telegiornali italiani iniziarono a parlare di Timor Est. A 12mila chilometri di distanza dall’Italia si stava consumando lo sterminio di un popolo, le città venivano completamente distrutte e le sedi dell’Onu erano assediate mentre accoglievano decine di migliaia di persone in fuga dalle persecuzioni.
Era il 1999, quando gli edifici delle Nazioni unite erano ancora luoghi sicuri e nessuno sosteneva che fosse etico bombardarle. Erano gli anni Novanta, quando, dopo la caduta del Muro e prima dell’11 settembre, qualcuno sognava, a torto o a ragione, un mondo fondato sul paradigma dei diritti umani, dove l’Onu potesse avere qualche significato, dove finanche un paese come l’Indonesia, così importante per gli Stati uniti, dovette cedere alle pressioni internazionali per impedire un genocidio e permettere a un piccolo popolo di avere il proprio Stato.
Venticinque anni sono passati dal 1999, quando d’un tratto gli italiani vennero a sapere dell’esistenza di Timor Est e quando l’Onu decise di agire per impedire un genocidio. È la ricorrenza di una battaglia anticoloniale, di oppressione e resistenza, ma soprattutto è il ricordo di una fase che appare lontana e finita del tutto: quella dell’interventismo umanitario, della tutela attiva dei diritti umani attraverso una missione militare che, a pochi mesi dal bombardamento di Belgrado in spregio al diritto internazionale, non vide nessuna contrarietà da parte degli Stati e un quasi totale supporto da parte della società e delle forze di sinistra. In questo senso la storia di Timor Est è quella di un caso quasi unico: l’interventismo umanitario non nasceva da volontà imperialiste, scongiurò davvero un genocidio, esso si realizzò nonostante le resistenze degli Stati uniti. E a conclusione della missione nacque per davvero uno Stato sovrano.
Anni Settanta: invasione, genocidio, resistenza
Il 28 novembre 1975 il Fronte Rivoluzionario per l’Indipendenza di Timor Est (Fretilin) pronunciò la dichiarazione d’indipendenza. L’anno precedente, dopo quattro secoli e mezzo di occupazione, il Portogallo aveva iniziato il suo ritiro dalle colonie in Africa e Asia (sull’onda della Rivoluzione dei Garofani) e tra questi vi era il piccolo e lontano territorio della parte orientale dell’isola di Timor. Tuttavia, subito dopo l’inizio del disimpegno portoghese, sull’isola esplose una breve e sanguinosa guerra civile tra le fazioni progressista e conservatrice dell’indipendentismo est-timorese. La formazione vincente, il Fretilin, decise dunque di dichiarare l’indipendenza, ma con la consapevolezza dell’imminenza dell’attacco del vicino indonesiano. Attacco che si concretizzò subito dopo l’incontro tra il Presidente indonesiano Suharto con il suo omologo statunitense Gerald Ford e il Segretario di Stato Henry Kissinger, i quali offrirono un silenzio-assenso ai piani del capo di Stato dell’arcipelago (anche il Primo Ministro australiano più progressista di sempre, Gough Whitlam, di lì a poco estromesso da un colpo di stato costituzionale, diede di fatto sostegno all’operazione militare di Suharto).
Il 7 dicembre 1975 l’Indonesia, un paese che aveva conosciuto sia gli orrori del colonialismo che il coraggio della resistenza, invase il territorio di Timor Est convinta di conquistarlo e pacificarlo in poco tempo. L’operazione fu invece un fiasco: l’80% della popolazione si ritirò sulle montagne e il Fretilin diede vita a una feroce resistenza che però si concluse sostanzialmente nel 1979 dopo un massacro spaventoso. Attraverso i bombardamenti a tappeto e la fame, gli indonesiani assassinarono circa 100mila persone, corrispondenti a un sesto del totale della popolazione. Il mondo in generale restò a guardare. Tra i pochi che denunciarono i crimini di Suharto e la complicità occidentale vi furono lo storico Benedict Anderson e il linguista Noam Chomsky, il quale, nel celebre libro La Fabbrica del Consenso fu tra i primi a evidenziare l’esistenza di un doppio standard dei mezzi di comunicazione occidentali. Mentre si denunciavano lungamente i crimini di Pol Pol in Cambogia senza che si potesse fare molto per impedirli, asseriva Chomsky, si taceva del tutto su quelli di Suharto a Timor Est, che potevano essere interrotti se solo la Casa Bianca l’avesse voluto.
Anni Novanta: Referendum, massacro, diritti umani
Il 5 maggio del 1999 i governi indonesiano e portoghese firmarono un accordo promosso dall’Onu che prevedeva la celebrazione di un referendum riguardante l’indipendenza di Timor Est. La consulta venne organizzata dalla missione dell’Onu, Unamet. Nonostante la campagna terroristica delle milizie filo-indonesiane, il 78% dei votanti scelse la via della secessione. Tuttavia, appena vennero pubblicati i risultati, la milizia diede vita al massacro. Distrussero il 70% delle infrastrutture del paese, uccisero migliaia di civili, costrinsero alla fuga 300mila persone, molte delle quali trovarono rifugio nella missione Unamet, per giorni circondata dalle milizie e dell’ambiguo esercito indonesiano. A fronte di una situazione critica che stava prendendo la forma di un genocidio, l’Onu intervenne. Il Consiglio di Sicurezza diede vita all’operazione InterFET a guida australiana (e a cui prese anche parte l’Italia, governata da Massimo D’Alema) e in poche settimane riuscì a sconfiggere le milizie e a pacificare il paese. Nel 2001, dopo due anni di transizione, Timor Est divenne uno Stato indipendente.
Come mai un movimento di liberazione nazionale di un territorio minuscolo e lontano dall’Europa e dagli Stati uniti, circondato da due alleati strategici degli Usa (Indonesia e Australia) e che era stato colpito duramente nei vent’anni precedenti, riuscì a ottenere il diritto a decidere? Cosa distinse Timor Est dal Kurdistan, dalla Palestina e dal Sahara Occidentale? Una serie di circostanze storiche, economiche e finanche ideologiche consentirono sia lo svolgimento del referendum che l’intervento diretto dell’Onu, con il sostegno di tutta la comunità internazionale.
Pur essendo un gruppo di sinistra, il Fretilin non rientrava nei canoni del tipico movimento anticoloniale sostenuto da Mosca o Pechino. Una volta ridimensionato militarmente, negli anni Ottanta e Novanta il Fretilin, sotto la guida di Xanana Gusmão, adottò il linguaggio dei diritti umani e della nonviolenza (anche se l’attività militare non cessò mai del tutto). Arrestato nel 1992 dai militari indonesiani, dal carcere Gusmão creò un Consiglio Nazionale aperto anche alle forze conservatrici, lanciò campagne di richiesta di asilo presso le ambasciate scandinave, riempì i suoi appelli con riferimenti ai trattati internazionali sui diritti umani. In questo contesto, ovviamente, giocò un ruolo importante anche la Chiesa Cattolica, che aveva un ruolo considerevole nella società est-timorese e fece da tramite con l’Europa. L’apice di questo climax “dirittumanista” fu il Premio Nobel assegnato al Cardinale di Dili Carlos Felice Belo e all’ex-Ministro degli esteri (nei 9 giorni d’indipendenza) José-Ramos Horta, che ebbe un effetto dirompente in un paese, l’Indonesia, movimentato da enormi mobilitazioni contro il regime di Suharto.
La presenza, poi, di Ong che sul campo raccontavano la violenza di un esercito indonesiano animato (come scrisse Geoffrey B. Robinson in uno dei migliori lavori sulla crisi del 1999 a Timor Est) da «una cultura del terrore» fu fondamentale per informare un’opinione pubblica occidentale in quella fase era estremamente sensibile sui temi dei diritti umani. Fu in quel contesto che si tenne il referendum del 1999, il massacro di migliaia di civili e l’intervento dell’Onu, al termine di un decennio denso di promesse tradite sulla costruzione di un mondo giusto e pacificato.
L’apogeo dell’interventismo umanitario
In un libro di inizio secolo dal titolo eloquente, L’Imperialismo dei diritti umani, Antonio Gambino sottolineava la contraddizione del nuovo spirito del tempo. Lo sgretolamento del sistema sovietico dava vita a un ordine mondiale fondato sui diritti umani da cui si generava il «diritto umanitario di ingerenza». Solo che mentre da un lato si faceva avanti a parole l’immaginario di un mondo in cui la tutela dei diritti umani prevaleva sulla sovranità di tutti i paesi, dall’altra alla prova dei fatti emergeva con forza l’eccezionalismo statunitense, ovvero l’idea di un paese «poliziotto del mondo», al di sopra del diritto internazionale e di quello delle diverse nazioni. D’altronde, come Gambino osservava, le varie azioni di ingerenza degli anni Novanta erano sempre caratterizzate da atteggiamenti «imperiali» degli Usa, con fortune alterne: Iraq, Somalia, Kosovo. Nel frattempo, come osserva Robinson nel suo libro, l’Onu (con Kofi Annan alla guida) era duramente criticata per la sua incapacità di intervenire attivamente per fermare i genocidi in Ruanda e Bosnia.
È dunque in questa cornice che avvenne l’intervento a Timor Est. Nel clima favorevole all’interventismo umanitario in molti (Ong e giornalisti su tutti) chiesero all’Onu (e soprattutto agli Usa) di essere coerenti e di intervenire a Timor Est, anche a prescindere dall’assenso di Giacarta. La sinistra critica con l’intervento in Kosovo (per esempio Rifondazione comunista) fece poi di Timor Est e dell’InterFer il contraltare all’interventismo anglosassone al di fuori delle regole dell’Onu. La Cina e la Russia si mostrarono favorevoli ma solo se la richiesta, come prevedeva la Carta dell’Onu, fosse giunta esplicitamente dall’Indonesia. Gli ostacoli alla missione furono fondamentalmente degli Usa. L’Indonesia era un alleato di ferro degli Usa dal 1965, ovvero da quando Suharto distrusse il Partito comunista collocando il proprio paese interamente nella sfera d’influenza statunitense.
Come spiega Robinson, che allora era un funzionario dell’Onu, furono gli americani a fare il possibile per proteggere Suharto, impedire il referendum, non organizzare l’invio di truppe. Robinson cita Paul Wolfowitz, ambasciatore presso Giacarta negli anni Ottanta e noto teorico neoconservatore, come uno dei più attivi per contrastare la spinta indipendentista est-timorese. Tuttavia l’idealismo umanitario di buona parte dell’elettorato democratico condizionava l’amministrazione Clinton, che alla fine dovette cedere. L’Urss non c’era più, la Cina non rappresentava ancora una minaccia e gli Usa non ebbero più il timore (a ragione) che la nascita di questo piccolo paese tra due nazioni alleate e giganti potesse avere conseguenze particolarmente negative per gli equilibri dell’area.
Una serie di rare coincidenze permisero l’esito finale, l’intervento e l’indipendenza. La crisi finanziaria in cui era immersa Giacarta fu una potente arma di pressione. I movimenti democratici che si diffusero in Indonesia in tutti gli anni Novanta misero spesso Timor Est al centro delle proprie rivendicazioni. Le attenzioni del Portogallo, il ruolo della Chiesa, la caduta dell’Urss, la saggezza di Gusmão e del Fretilin, ovviamente il sacrificio di centinaia di migliaia di persone, tutto ciò rese possibile l’indipendenza di Timor Est. Ma senza l’intervento dell’Onu, che vi fu nonostante le intenzioni iniziali degli Usa, al suo posto vi sarebbe solo stato l’ennesimo genocidio.
Da Dili a Gaza
Il clima che rese possibile InterFer cambiò del tutto con l’11 settembre. Da allora, con qualche eccezione, si è tornati a un’impostazione di ingerenza rigidamente orientata alla centralità degli Usa, con o senza il sostegno dell’Onu. I processi di decolonizzazione, poi, si sono arenati. Si pensi al Sahara Occidentale, ex-colonia spagnola completamente abbandonata dal Regno di Spagna a favore del regime marocchino (non a caso tra i più tiepidi nel criticare Israele). E, ovviamente, si pensi a Gaza. Le differenze tra la vicenda di Timor Est e quella della Palestina sono evidenti: storiche, geo-strategiche, politiche e religiose. Però non può che stridere l’osservazione di quanto sia cambiato il ruolo delle Nazioni Unite in 25 anni.
Nel 1999 Kofi Annan fu capace di organizzare con vigore una missione militare nonostante le pressioni Usa in senso contrario. Oggi, invece, l’Onu (con le sue organizzazioni) vive una crisi di credibilità senza precedenti. Nel settembre di 25 anni fa, a Dili, nonostante l’assedio presso la sede dell’Unamet, i miliziani non ebbero l’avventatezza di entrarvi e di uccidere i funzionari dell’Onu. A Gaza si contano a centinaia i dipendenti dell’Unrwa assassinati dalle bombe di Israele. Ma soprattutto, e infine, nel 1999 i giornalisti del mondo, quelli dei grandi giornali, erano i profeti della religione dei diritti umani e per quanto fossero sbagliate le loro posizioni riguardo ad altri interventi armati, il loro idealismo li portò a indignarsi dinanzi allo sterminio potenziale di centinaia di migliaia di persone. Lasciando spazio a un suprematismo occidentalista che giustifica un genocidio in nome della democrazia, si può affermare che anche quanto c’era di buono nell’idealismo umanitario degli anni Novanta sia oggi morto del tutto.
*Nicola Tanno è laureato in scienze politiche e in analisi economica delle istituzioni Internazionali presso l’Università Sapienza di Roma. Ha pubblicato Tutta colpa di Robben (Ensemble, 2012). Vive e lavora da anni a Barcellona.
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