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Trump è più impopolare, quindi più pericoloso

28 Marzo 2026

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Il presidente Usa è sempre più in difficoltà nei sondaggi verso le elezioni di medio termine. Per questo vorrebbe concentrare le sue forze per impedire ai suoi oppositori di votare

Donald Trump è incredibilmente impopolare. Il suo indice di gradimento, rilevato da diversi sondaggi, è ben al di sotto del 40%. Secondo il 50% degli intervistati, in un sondaggio del Pew Research Center di gennaio, le sue iniziative durante il mandato sono state peggiori del previsto, mentre solo il 27% appoggia «tutte o la maggior parte» delle sue politiche. Un campione di febbraio e marzo ha rilevato che, in media, il 58% degli intervistati disapprova la gestione dell’economia da parte di Trump. In un altro sondaggio, il 59% ha affermato che la situazione economica sta peggiorando.

Anche i suoi temi più importanti sembrano poco convincenti. Tradizionalmente, ha sempre ottenuto un maggiore consenso sull’immigrazione rispetto ad altri temi, ma in seguito alle varie «ondate» di repressione dell’immigrazione che hanno di fatto trasformato città come Minneapolis e Chicago in vere e proprie occupazioni paramilitari, il 49% degli intervistati dichiara di «disapprovare fortemente» la sua gestione dell’immigrazione. Metà degli intervistati, tra cui la maggioranza di coloro che si definiscono indipendenti, ora sostiene l’abolizione totale dell’Immigration and Customs Enforcement (Ice). In genere i presidenti godono di un ampio sostegno per le azioni militari. Un numero alto di americani – il 40%, secondo la Cbs – appoggia la guerra degli Stati uniti contro l’Iran, ma questa cifra è comunque significativamente inferiore al sostegno per i principali conflitti militari del passato. Solo il 7% degli adulti è favorevole all’invio di truppe di terra in Iran, una prospettiva che sembra sempre più probabile (la maggioranza degli intervistati repubblicani nei sondaggi è favorevole all’invio di truppe delle «forze speciali», ma non a un’invasione su vasta scala). Al contrario, la Cbs ha rilevato che il 92% degli statunitensi ritiene che la priorità assoluta dovrebbe essere porre fine al conflitto il più rapidamente possibile e il 68% afferma che Trump non ha spiegato chiaramente gli obiettivi degli Stati uniti nell’attaccare l’Iran.

La scelta di guerra di Trump contro l’Iran ha già fatto schizzare alle stelle i prezzi della benzina, con un incremento del 32% rispetto al periodo precedente all’attacco, e non si intravede una fine a questa impennata. Con il protrarsi del conflitto, il costo del petrolio avrà una ricaduta esponenziale anche sui prezzi di altri beni. La guerra ha ritardato le consegne e aumentato drasticamente il prezzo dei fertilizzanti negli Stati uniti e in Asia. Ciò avrà quasi certamente un impatto significativo sui profitti degli agricoltori, così come sui prezzi dei generi alimentari, che il Dipartimento dell’Agricoltura degli Stati uniti aveva già previsto sarebbero aumentati più rapidamente quest’anno rispetto al 2024 o al 2025, prima ancora che Trump attaccasse l’Iran.

Sebbene sia ancora presto ai fini del ciclo elettorale, le prospettive per i Democratici di riconquistare il controllo della Camera dei Rappresentanti appaiono al momento piuttosto solide. È difficile immaginare che una qualsiasi delle politiche perseguite da Trump possa accrescere la popolarità dei Repubblicani prima del voto del prossimo novembre. Conquistare la maggioranza alla Camera non permetterebbe ai Democratici di approvare gran parte del loro programma, ma darebbe loro maggiore potere contrattuale nei negoziati sul bilancio e maggiori possibilità di citare in giudizio i membri del governo Trump, di rendere pubblici altri documenti relativi al caso Jeffrey Epstein e riproporrebbe la possibilità di avviare una procedura di impeachment, anche se è estremamente improbabile che il Senato giunga a una sentenza di colpevolezza. Trump, ovviamente, non vuole che nessuna di queste cose accada. Due questioni cruciali per i prossimi sette mesi sono fino a che punto lui e i repubblicani siano disposti a spingersi per garantire che il Partito repubblicano mantenga il pieno controllo del Congresso, e se ci sia qualcuno in grado di fermarli. Su entrambi i fronti, c’è motivo di preoccupazione.

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Per anni, Trump ha sostenuto di aver perso le elezioni del 2020 solo a causa di brogli elettorali. Il fatto che ogni indagine abbia ritenuto queste affermazioni infondate non lo ha dissuaso dal coltivare questo risentimento. Né lo ha dissuaso la sua vittoria alle elezioni del 2024. Se davvero ci fosse stata una grande cospirazione per impedirgli di entrare in carica che ha avuto successo nel 2020, non è chiaro perché avrebbe dovuto fallire nel 2024. Ma Trump è molto lontano dal voler sottoporre le sue grandiose fantasie di persecuzione a un criterio di coerenza logica.

In risposta, il presidente e i Repubblicani al Congresso hanno continuato il progetto, avviato da decenni dalla destra, di rendere più difficile il voto. Quest’anno, si sono impegnati a fondo per far approvare il Safeguard American Voter Eligibility (Save) Act. Se approvato, il disegno di legge imporrebbe nuovi e severi requisiti di identificazione sia per registrarsi alle liste elettorali sia proprio per votare. Il disegno di legge è attualmente bloccato al Senato a causa di ostruzionismo parlamentare, quindi i requisiti esatti non sono ancora stati definiti, ma se diventasse legge, richiederebbe una combinazione di passaporto, certificato di nascita ufficiale e ulteriore documento di identità sia per la registrazione sia per ogni singolo voto. Aumenterebbe anche la frequenza con cui gli Stati sono tenuti a epurare le proprie liste elettorali. E proprio questa settimana, le argomentazioni orali presso la Corte Suprema suggeriscono che i giudici della maggioranza conservatrice siano aperti a limitare significativamente il voto per corrispondenza.

L’amministrazione Trump presenta il Save Act come una misura a tutela dell’integrità elettorale, ma non fatevi ingannare: il suo scopo è quello di sopprimere il voto degli elettori legittimi e aventi diritto. Il Save Act è una versione estrema del manuale di strategia della destra, vecchio di decenni, che risale almeno alle elezioni presidenziali del 2000: rendere sempre più difficile il voto per i sostenitori degli avversari. Se questi persistono nel votare, fare del proprio meglio per evitare che i loro voti vengano conteggiati. Se ciò non funziona, sfruttare una magistratura politicizzata e oscuri processi costituzionali per prendere il potere, come fece con successo George W. Bush nel 2000 e come Donald Trump ha tentato, senza successo, nel 2021.

Ma il partito, sotto la guida di Trump, si è anche evoluto. I Repubblicani stanno ora chiaramente predisponendo gli strumenti, retorici e pratici, per consentire alle forze dell’ordine di intromettersi nelle elezioni in un modo senza precedenti recenti e che sicuramente favorirà il loro partito. Dal 2020, un’investigatrice privata di nome Heather Honey si è fatta un nome in certi ambienti del mondo Maga, diffondendo false teorie del complotto su frodi elettorali e contribuendo a orchestrare indagini fasulle in Pennsylvania, Arizona e Georgia. Attualmente Honey lavora come vice assistente del segretario per l’integrità elettorale presso il Dipartimento per la Sicurezza Interna, una posizione che non esisteva prima del secondo mandato di Trump. Nel marzo 2025, Honey ha dichiarato ad attivisti di destra che l’amministrazione Trump stava valutando la possibilità di dichiarare lo «stato di emergenza nazionale» prima delle elezioni del 2026 e di sottrarre il controllo diretto delle elezioni alle autorità statali e locali.

I dettagli di questo piano non sono ancora stati resi pubblici, ma la notizia giunge mentre il governo federale sta intentando causa contro oltre una dozzina di Stati nel tentativo di costringerli a consegnare gli elenchi degli elettori. Prima che le proteste di massa costringessero l’Ice e la polizia di frontiera a ridurre le operazioni a Minneapolis, il procuratore generale Pam Bondi aveva tentato di estorcere con la forza tale elenco al governo del Minnesota, richiedendolo come precondizione per fermare l’occupazione della città.

A gennaio, le autorità federali hanno apparentemente fatto una prova generale quando l’Fbi (accompagnata, inspiegabilmente, dalla direttrice dell’intelligence nazionale Tulsi Gabbard) ha sequestrato schede elettorali del 2020 in Georgia senza fornire molte spiegazioni. Le schede in questione, provenienti dalla contea di Fulton ad Atlanta, sono già state riesaminate almeno tre volte dalle elezioni nel corso di vari procedimenti legali. E, a dimostrazione che questa tattica potrebbe estendersi anche al di fuori delle elezioni che coinvolgono direttamente Trump, uno sceriffo Repubblicano in California, anch’egli candidato a governatore, ha recentemente sequestrato 650.000 schede elettorali del 2025, presumibilmente per indagare su presunte frodi in un’elezione in cui il margine di vittoria era di diversi milioni di voti.

Fare previsioni a lungo termine sulle intenzioni di Trump è sempre stato un gioco da ingenui, quindi concludiamo con una serie di fatti. Il sostegno a Trump e ai Repubblicani è in calo. Trump è ossessionato da anni dall’idea di poter perdere le elezioni solo a causa di frodi elettorali, spesso incolpando specificamente i presunti elettori senza documenti. Sta cercando di assumere il controllo diretto della gestione delle elezioni. Lui e i suoi sostenitori stanno trovando nuovi modi per coinvolgere la polizia nelle elezioni. L’Ice, il cui budget è ora superiore a quello di tutte le altre agenzie federali di polizia messe insieme, ha una storia di occupazione di città percepite come ostili al presidente e di sparatorie, violazioni di massa dei diritti civili e omicidi.

È molto probabile che un’eventuale «emergenza elettorale nazionale» si manifesti con una rapidità, risorse e violenza di gran lunga superiori a quelle che qualsiasi opposizione sarà in grado di mobilitare. Forse a Trump non serve essere popolare, purché riesca a imporre i risultati «corretti» il giorno delle elezioni.

*Ben Beckett è uno scrittore statunitense, vive a Vienna. Questo articolo è uscitosu JacobinMag. La traduzione è a cura della redazione.

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