
Aria di restaurazione a Madrid
A guardare i risultati delle elezioni regionali della Comunità della capitale dello stato spagnolo, pare che il decennale del movimento degli Indignados debba coincidere con l’annuncio di un futuro nero
Molti parlano della fine di un ciclo politico dopo le elezioni regionali della Comunità di Madrid che hanno visto il trionfo della candidata della destra, Isabel Díaz Ayuso, e la disfatta complessiva delle sinistre. La coincidenza della vittoria del Partito Popolare (Pp) con il decimo anniversario dell’apparizione del movimento degli Indignados – quello che occupò per settimane le principali piazze spagnole dettando un agenda politica nuova e che di fatto è stato alla base della crisi del bipartitismo iberico – genera in alcuni la sensazione che una fase progressista sia terminata. Dopo le battaglie nelle piazze, la nascita di Podemos, la conquista dei grandi comuni come Madrid, Barcellona e Valencia e, in ultimo, l’entrata delle sinistre nel governo centrale, pare che il decennale del 15 maggio 2011 debba coincidere con l’annuncio di un futuro nero per la Spagna. Dopo la Comunità di Madrid toccherà a tutta il paese, dicono in molti, e il rischio c’è. Il trionfo della destra radicale è stata al di sopra di ogni previsione, avvenuta per di più in un contesto di forte partecipazione, facendo piazza pulita delle previsioni di chi relazionava i successi dei conservatori con l’aumento dell’astensione. Le dimissioni di Pablo Iglesias dalla segreteria di Podemos (partito che si è sviluppato a partire del movimento degli Indignados) contribuiscono a crescere la sensazione di trovarci davanti a un crocevia importante. Tuttavia, al netto del risultato nefasto, non tutto sembra perduto. Madrid non rappresenta tutta la Spagna, il suo voto appare molto diverso da quello di altri centri nevralgici, e finanche nella stessa capitale tempio del conservatorismo da 26 anni sono emerse forze nuove che possono ben sperare nelle elezioni regionali che, per legge, si dovranno ripetere tra due anni.
L’harakiri socialista
Le elezioni regionali della Comunità di Madrid svoltesi il 4 maggio sono state convocate dalla Presidentessa Isabel Díaz Ayuso a metà mandato con l’obiettivo di prescindere dei voti del partito liberale Ciudadanos e rafforzare la sua maggioranza, una scommessa che è stata vinta. Con una partecipazione record del 76,7% (12 punti sopra l’affluenza del 2019) il Partito Popolare ha ottenuto il 44,46% dei voti e 65 seggi, più del doppio di quelli ottenuti nelle precedenti elezioni. Non solo, il PP è arrivato primo in quasi la totalità dei municipi, compresa le zone a sud di Madrid tradizionalmente di sinistra. Chi ha pagato il prezzo più alto di questa avanzata impressionante sono stati il Partito Socialista (Psoe) e Ciudadanos. Il primo, che fu il partito più votato due anni fa, ha registrato un calo di più di 10 punti percentuali, passando da 37 a 24 deputati e perdendo anche la seconda piazza in favore di Más Madrid mentre il secondo, Ciudadanos, ha perso tutti e 26 deputati e passando dal 19,37% al 3,55%. In mezzo a Pp e Psoe, come detto, vi è l’eccellente risultato di Más Madrid. La formazione ecologista guidata dalla anestesista Mónica García, diventa la principale opposizione ai popolari ottenendo lo stesso numero di deputati dei socialisti ma con più voti, attestandosi al 16,9%. Il partito d’estrema destra Vox ha superato il 9% e ha ottenuto 13 deputati, uno in più, diventando così una forza decisiva per il prosieguo della legislatura. Infine, Unidas Podemos (Up) ha migliorato leggermente i risultati negativi del 2019, ottenendo 2 punti in percentuale e 3 deputati in più rispetto al 2019 ottenendo il 7,16% e 10 rappresentanti. Visti come due blocchi, la destra ha ottenuto il 57,1% e 78 deputati, la sinistra il 41,2% e 58 rappresentanti. Un autentico cappotto per le due formazioni facenti parte del governo, Psoe e Up, ma è Pedro Sánchez, soprattutto, ad apparire come il principale sconfitto della serata.
Le elezioni di Madrid hanno posto fine a un terremoto politico cominciato lontano dalla capitale. Nel mese di marzo, nella regione di Murcia, i socialisti annunciavano una mozione di sfiducia contro il Governo regionale e municipale della capitale con il supporto di Ciudadanos, al governo nelle due istituzioni. Si trattava, nelle intenzioni dei vertici del partito, di un primo passo che avrebbe spostato l’asse politica verso il partito liberale in detrimento di UP. In ventiquattr’ore i piani di Sánchez sono saltati: tre dei sei deputati regionali murciani di Ciudadanos annunciavano la loro permanenza nella maggioranza e poco dopo Isabel Díaz Ayuso, timorosa di vedere a casa propria la ripetizione dell’operazione, annunciava la convocazione di elezioni anticipate nella Comunità di Madrid nonostante i tentativi dell’opposizione di impedirlo. La sconfitta elettorale rappresenta, dunque, uno schiaffo ancora più doloroso per il presidente del consiglio, perché ha determinato il fallimento completo dell’operazione Ciudadanos, perché lo ha indebolito ulteriormente a livello statale, perché è avvenuta nella capitale del paese da parte di una avversaria, Díaz Ayuso, che ha trascorso l’ultimo anno come vero e proprio contropotere del governo centrale, esponente dell’area più dura del Pp e che non nega affatto di lavorare pedissequamente per la caduta di Sánchez. Al grido «Comunismo o libertà» Ayuso ha stracciato tutti e promette ancora più tensione (e slealtà) verso l’esecutivo rosso-viola.
L’identitarismo liberista di Ayuso
Le ragioni di questo trionfo sono facili da trovare soprattutto in aspetti ideologici, terreno prediletto di Ayuso, per quanto dietro di essi emergono questioni concrete sopra le quali la Presidentessa e la destra sono stati capaci di costruire un discorso efficace (e finanche identitario). Ayuso, rispondendo appieno al manuale trumpista, ha fatto della libertà di movimento e del rifiuto delle misure anti-Covid19 la propria bandiera. Si è opposta ai confinamenti municipali, ha chiesto e ottenuto il passaggio alla fase 2 di riapertura senza averne diritto e con l’opposizione della principale dirigente sanitaria, ha costruito ospedali senza medici, si è eretta come paladina del mercato e della circolazione contro la politica di «morte e disoccupazione» rappresentata apparentemente dal «governo socialcomunista», ha rivendicato, con un linguaggio frivolo ma incredibilmente efficace davanti a una popolazione stremata, il consumo della birra nella piazza della città (la caña) come tratto distintivo dell’identità madrilena. Eppure non c’è un dato, né sanitario né economico, che potrebbe giustificare questo trionfo senza appello. La Comunità di Madrid è quella con il maggiore tasso di mortalità in eccesso rispetto al periodo precedente alla pandemia, quella con più casi totali e su 100 mila abitanti e con più decessi, con maggiori ricoveri e con più terapie intensive. E nonostante i proclami, neanche i dati economici sono stati tra i migliori, essendo quella di Madrid, la terza comunità dove maggiormente è aumentata la disoccupazione dall’inizio della pandemia. Eppure mai come in queste elezioni fatti e immaginazione si sono mischiati, costruendo una realtà parallela dove la combattiva e orgogliosa leader madrilena si è eretta come paladina della libertà. Come già negli Usa o in Brasile o altrove dove l’alt-right ha attecchito, si tratta di idee che si poggiano su un terreno fertile. Nel caso di Madrid si tratta di 26 anni consecutivi di governo con una politica dichiaratamente non affatto limitata agli effetti pratici ma con un retroterra ideologico molto profondo, quello più hayekiano e thatcheriano, propugnato e diffuso attentamente. E così è che la Comunità di Madrid oggi è quella con meno spesa per alunno, con maggiore disuguaglianza, che meno spende in sanità e con più assicurazioni sanitarie. In questo senso l’atteggiamento di Díaz Ayuso è finanche identitario, nel senso di una identità madrilena intesa come strutturalmente liberale e che il governo centrale di sinistra metterebbe a rischio, non solo con le misure anti-Covid19, ma anche con proposte di armonizzazione fiscale. La Comunità di Madrid, infatti, è accusata un po’ da tutte le altre di praticare dumping, a discapito delle altre Comunità Autonome. È soprattutto davanti a tali proposte che la borghesia madrilena, l’immenso e conservatore apparato statale e massmediatico, si sono mobilizzati in favore della destra, un attivismo con tinte fanatiche che per il momento ha trionfato.
Le dimissioni di Pablo Iglesias
Certamente le virtù di Isabel Díaz Ayuso non sono sufficienti a spiegare il risultato del 4 maggio. Psoe e Up hanno commesso molti errori nella campagna che, sommati alle tante occasioni perse in passato, ha contribuito a ampliare la vittoria della destra. A quelli già menzionati, il Partito socialista somma il fatto di aver ha sbagliato completamente il candidato, il 72enne Ángel Gabilondo, propenso al ritiro prima della convocazione elettorale e caratterizzatosi per la mancanza di opposizione a Ayuso nell’ultimo anno e mezzo (a differenza di Mónica García di Más Madrid, più giovane, concreta e combattiva).
Su Unidas Podemos, invece, il discorso è più sfaccettato per quanto si possono dire due cose evidenti. Da un lato l’aver fatto della battaglia ideologica antifascista il perno della campagna elettorale ha permesso forse a Up di salvarsi e rimanere nell’Assemblea ma ha generato un’opposizione netta da parte della maggioranza degli elettori. Dall’altro, è evidente, come riconosciuto dallo stesso ex-deputato, che il suo richiamo verso i cittadini è decisamente calato. Come già raccontato, Pablo Iglesias si è dimesso da vice-Presidente del Governo spagnolo e si è candidato come Presidente della Comunità Autonoma con quattro obiettivi: la riunificazione a sinistra, la conquista di Madrid, il rilancio di Unidas Podemos, il ricambio al vertice. Si può dire che di questi i primi due sono mancati, il secondo è stato solo parzialmente realizzato e l’ultimo è in fase di costruzione. Le sue dimissioni finanche da Segretario generale vanno proprio in questa ultima direzione.
Convinto di poter generare un successo elettorale (quello del peso massimo nazionale che scende nell’arena locale), Iglesias ha offerto da subito una candidatura congiunta a Más Madrid, con la speranza che una proposta così esplicita da parte della testa di Podemos non sarebbe potuta essere rifiutata. E invece Más Madrid ha detto subito di no, volendosi concentrare in un percorso autonomo e trasversale, come desiderato dall’ideologo e capo del partito Íñigo Errejón, propenso al superamento di steccati ideologici apparentemente divisivi. Eppure, nonostante la tensione iniziale, la campagna elettorale delle tre forze progressiste è avvenuta in totale sintonia, concentrando il fuoco su Ayuso, seppur inutilmente. Iglesias ha concentrato tutta la sua campagna nelle zone popolari, di sinistra e con un tradizionale tasso di astensione maggiore con l’obiettivo di portare il maggior numero di persone al voto, facendo appello a valori antifascisti e di classe, e con la speranza che proprio questa partecipazione avrebbe potuto sovvertire i pronostici, ma fallendo anche in questo caso.
Certamente Unidas Podemos è salva grazie alla candidatura di Pablo Iglesias mentre una mancata elezione nell’Assemblea di Madrid sarebbe stata un colpo letale per tutto il progetto. Tuttavia diverse sono le ombre e i dubbi sul futuro nel momento in cui il suo fondatore e guida ne ha lasciato la guida. Iglesias ha lanciato Yolanda Díaz, Ministra del Lavoro e adesso vice-Presidentessa, come sua successore alla guida di Up. L’ex-sindacalista galiziana (membra del Partito comunista spagnolo) sembra avere il profilo giusto di concretezza e di minore aggressività rispetto a Iglesias, ma non ha ancora sciolto le riserve riguardo la propria candidatura per le prossime elezioni. Alla guida di Podemos, poi, bisogna capire chi oltre a Irene Montero, compagna di Iglesias e ministra delle pari opportunità anch’essa colpita da una campagna feroce fatta di insulti e delegittimazione, potrebbe prenderne le redini. C’è da capire, per l’appunto, che Pablo Iglesias lascia la guida del partito non solo per una saggia decisione, a 42 anni, di farsi da parte per lasciare ad altri il compito di ricostruire il progetto. Iglesias è anche vittima di una campagna di odio senza precedenti nella storia recente spagnola che forse dopo anni ha fatto breccia e che pure è causa del calo elettorale. A tutte le ore e in tutti i programmi file di opinionisti hanno alternato insulti verso El Coleta, giudici reazionari hanno aperto cause giudiziarie con le più diverse accuse, da quella – penetrata a fondo tra gli spagnoli – di un’inesistente finanziamento iraniano e venezuelano a quella di possedere fondi riservati. Giornali di tutti i grandi gruppi hanno dedicato fiumi di parole e di prime pagine dedicate a quelle accuse poi sempre finite in archiviazione fino all’insinuazione più infame, anch’essa propagandata da un po’ tutte le televisioni, quella di essere responsabile delle morti degli anziani nelle case di riposo durante i giorni più duri della crisi del Coronavirus. La recezione di quattro proiettili di tipo militare con minacce a lui e alla sua famiglia, proprio con questa accusa, sono state forse la spinta scatenante di una decisione che Pablo Iglesias forse avrebbe voluto prendere da tempo.
Errejón, Yolanda Diaz, Pedro Sánchez
Nella notte del 4 maggio hanno motivo di essere soddisfatti solo gli attivisti di Más Madrid. Mónica García è riuscita a creare un profilo di oppositrice al trumpismo di Ayuso, facendo leva sulle questioni sanitarie e ambientali. Per legge tra due anni bisognerà rivotare e García ha ottime capacità di emergere come vera avversaria della destra, cercando di rendere più breve possibile la luna di miele con gli elettori della Presidentessa. Sorride anche Íñigo Errejón, al primo vero successo personale dopo una serie di sconfitte cocenti. Il successo di Más Madrid dà spina anche al progetto statale, Más País, che alle ultime elezioni generali ha ottenuto solo tre deputati ed è pressoché assente nel resto della Spagna. Ideologo del populismo di sinistra, studioso della plurinazionalità boliviana e delle idee di Ernesto Laclau sulla trasversalità, è possibile che Errejón sia contrario a qualsiasi progetto di fusione con Unidas Podemos, soprattutto in una posizione di subalternità. Errejón col tempo ha deciso di dare al suo partito un’impronta femminista e ecologista, guardando molto ai Verdi tedeschi come modello – ipotesi interessante ma anche foriera di perplessità visto l’attuale approccio centrista dei Grünen. In questo senso è possibile che l’ex-ideologo di Podemos non voglia mischiare il suo progetto a quella che definisce la vecchia sinistra. Nonostante tutto ciò, è possibile che il ritiro di Iglesias (ex-amico ancor prima che ex-compagno) possa generare un dialogo più proficuo con Yolanda Díaz, anche per creare una spinta da sinistra al governo guidato da Pedro Sánchez, un governo che si trova ora in grossa difficoltà.
Alcuni oggi si chiedono se sia possibile governare la Spagna avendo Madrid contro. È difficile. Madrid significa apparato statale, forze di sicurezza, giudici e un sistema informativo conservatore e centralizzato. Ma se per molti è certo che «Madrid es España» è sicuramente vero che in molte Comunità Autonome della Spagna il voto dà segnali diversi. Si pensi alla Catalogna, dove tre mesi fa la somma di tutte le destre non ha superato il 17%. Ma anche altri centri importanti come Paesi Baschi, Navarra o Comunità Valenziana, presentano una mappa politica ben diversa. I diversi interessi territoriali della Spagna piloteranno i suoi equilibri politici.
La destra già nella primavera del 2020 provò a far cadere il Governo con manifestazioni di piazza e c’è da essere sicuri che ci riproverà. In questo senso, dunque, bisognerà capire se Sánchez proverà a spostarsi al centro e addirittura a se proverà a rompere con una Up e con i nazionalisti catalani e baschi che ad oggi tengono in piedi il suo governo. Il ritorno alla normalità, al bipartitismo, potrebbe essere il desiderio di molti, come avanzato dal presidente socialista della Castilla-La Mancha. Ma è una chimera, il mondo pre-2011 non tornerà più.
* Nicola Tanno è laureato in Scienze Politiche e in Analisi Economica delle Istituzioni Internazionali presso l’Università Sapienza di Roma. Vive e lavora da anni a Barcellona
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