La crisi della scuola, un fatto di cronaca nera con protagonisti adolescenti o un dibattito sui social e i telefonini, producono meccanicamente un genere editoriale in cui l’adulto, padre, professore, educatore – quasi sempre un intellettuale maschio bianco mediatico di mezza o terza età – scrive un articolo o un libro per dichiarare di non capire più i propri figli, le nuove generazioni, e che proprio da questa dichiarata incapacità trae il diritto di prescrivere la cura. È una struttura retorica prima ancora che una tesi: io non vi capisco, ma so cosa dovete fare.
Se si cerca un’origine di questo genere, il testo da cui partire è L’ospite inquietante di Umberto Galimberti (Feltrinelli, 2007, ma costruito su articoli usciti su Repubblica dal 1995): è lì che il modello si fissa nella sua forma compiuta. Senza minimamente comprendere i fattori economici e sociali della crisi che sarebbe esplosa nel 2008, Galimberti diagnostica nei giovani un nichilismo di origine non psicologica ma culturale – famiglia e scuola che non lavorano più insieme, un vuoto di senso prodotto dalla tecnica e dal mercato – e conclude con una ricetta pedagogica: ecco pronta l’arte del vivere da insegnargli.
La struttura c’è già tutta, vent’anni prima del suo utilizzo politico per le controriforme panpenaliste di questo governo: analisi ad ampio spettro della civiltà, disagio giovanile letto come sintomo di quella crisi, e infine l’adulto che si ricolloca al centro come unico soggetto in grado di indicare la via d’uscita. Il mondo, con i suoi processi sociali, economici e politici, scompare.
Paolo Crepet è l’autore che ha codificato con più continuità e successo commerciale questo registro, portandolo dal tono filosofico di Galimberti a quello del pamphlet. L’autorità perduta (Einaudi 2011) si apre con un aneddoto programmatico: l’inaugurazione di una scuola nuova coi pavimenti in materiale antitrauma. Crepet ne fa un’allegoria dell’intera società adulta: abbiamo tolto ai ragazzi il diritto al trauma, cioè all’attrito con un mondo che non li protegge sempre, rendendoli così più fragili, non più sicuri. È il meccanismo di Galimberti reso slogan: una critica alla società adulta che si traduce subito in un appello a «riprendere il coraggio» – il sottotitolo del libro – cioè a restaurare un’autorità data per persa più che per trasformata. Il problema non è mai strutturale, è un cedimento di carattere collettivo a cui la soluzione è individuale e morale.
Massimo Recalcati lavora sulla stessa materia – la crisi della funzione paterna, l’«evaporazione» dell’autorità simbolica – ma con un impianto diverso, di ascendenza lacaniana più che pedagogico-divulgativa. In L’ora di lezione la tesi centrale non è che occorra recuperare l’autorità di un tempo, ma che quel tempo sia finito per sempre, e non vada rimpianto: l’autorità non si eredita più dalla tradizione, va riconquistata ogni volta, attraverso l’atto e non attraverso il ruolo. Crepet legge la crisi come una perdita da recuperare, Recalcati come una mutazione da abitare. Eppure il rischio paternalista non risparmia nemmeno questo registro: è sempre un adulto – il maestro, l’analista – nella posizione di chi sa cosa sta succedendo ai ragazzi e lo spiega, spesso ad altri adulti, sopra le loro teste, minimizzando la componente economica e sociale e le norme politiche che hanno cambiato gli assetti educativi.

