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Dichiararsi “non razzisti” non basta

Elizabeth Arquinigo Pardo 15 Maggio 2019

Il razzismo non si combatte con immagini strumentali che finiscono per veicolare a loro volta stereotipi razziali. Servono azioni per l’uguaglianza sostanziale e non solo formale

Ho letto con attenzione sia i commenti che le analisi alla foto di copertina di Corriere Style, che ritraeva il sindaco di Milano Beppe Sala insieme a un bambino italiano al suo fianco e una bambina nera ai suoi piedi. Non posso che trovarmi d’accordo con quanto affermato dal team di donne afrodiscedenti che, vedendo la loro immagine lesa e strumentalizzata, hanno – giustamente – risposto.

Vorrei soffermarmi però, oltre che sull’immagine, anche sul messaggio “Città aperta” che fa da didascalia all’immagine: Milano città aperta a che cosa? E a chi? Ma soprattutto in che modo? La città di Milano, definita più volte dal suo sindaco come “multietnica” e “cosmopolita” al punto da potersi erigere a “modello”, non è che in realtà l’ennesima metropoli italiana, dove si stanno costruendo dei ghetti sia economici che abitativi (viale Padova e Paolo Sarpi per citarne alcuni). Milano è una delle tante  metropoli dove – nella totale incapacità di creare inclusione – sono ancora le tue origini a determinare il tuo destino. Milano è la città capace di organizzare una grande manifestazione antirazzista – come quella dello scorso 2 marzo intitolata “Prima le persone” – ma che non riesce a costruire una politica di inclusione coerente con l’immagine che si ostina a voler promuovere. Ed è qui il punto nodale, fondamentale, che accomuna i “razzisti di sinistra” ai “veri razzisti”: la loro incapacità di agire e combattere il razzismo promuovendo inclusione basata sull’uguaglianza. Non solo l’uguaglianza formale dunque, ma anche l’uguaglianza sostanziale, garantita e sancita dalla nostra costituzione all’art 3. Capisco però che essendo la questione delle diseguaglianze una battaglia molto difficile da vincere, sia più facile giocarsela sul piano formale – bastano qualche foto, una manifestazione e un paio di copertine per dire di aver risolto il problema del razzismo e le relative disuguaglianze che i cittadini di origini straniere e i loro figli sono costretti a subire tutti giorni.

La foto copertina di Corriere Style – come dimostrano le critiche giustamente mosse da chi è stanca di essere rappresentata in una condizione di subalternità – non è stata nemmeno funzionale al suo obiettivo: quello di rappresentare una città multietnica. Infatti, in quella foto c’è ben poco di multietnico: dove sono i membri della comunità filippina, cinese e peruviana? Comunità che, pur essendo presenti a Milano in maniera numericamente superiore rispetto a quella africana, non rientrano nel concetto – tutto milanese – di multietnicità da cui vengono esclusi. Effettivamente, l’immagine della bambina nera si presta meglio di qualsiasi altra agli obiettivi di propaganda elettorale: promuovere l’immagine del sindaco-padre, benevolo e accogliente. D’altra parte, l’immagine della bambina nera rimanda agli sbarchi e quindi a quella prima accoglienza di tipo emergenziale, che Sala e Majorino, il suo assessore alle politiche sociali, conoscono bene e si sono tanto prodigati a portare avanti. Peccato però che non siano le politiche di prima accoglienza a creare inclusione. Queste sono infatti solo il primo passo di una lunga serie di politiche che dovrebbero avere come obiettivo quello di includere.

Ecco perché – in quanto peruviana – non mi sento affatto “offesa” o “non rappresentata” nel NON vedere un membro della mia comunità al fianco del sindaco sulla copertina di un giornale patinato, perché per me non è questo il “problema”. Sarebbe fin troppo facile cambiare foto, rifarne un’altra che ritrae tutte le etnie presenti a Milano. Ma sapete che cos’è difficile? Abbattere i muri fatti di ostacoli legislativi, che impediscono a cittadini stranieri e figli di immigrati di far parte della pubblica amministrazione, di accedere a borse di studio oppure più semplicemente di poter esercitare il loro diritto di voto. Per cui ribadisco: non è una foto – nemmeno un’immagine priva di qualsiasi messaggio strumentale – a risolvere le discriminazioni che la città “multietnica” riserva a chi non è bianco oppure straniero ma non altolocato. Non sarà di certo una foto a permettere a milioni di stranieri residenti di partecipare a bandi per la pubblica amministrazione, di lavorare per il trasporto pubblico locale, oppure più semplicemente di partecipare attivamente alla vita politica del paese di cui fanno parte. In altre parole, non sarà l’immagine su una rivista patinata a garantirci PIENA inclusione.

Citando Angela Davis: «In una società razzista, non basta dichiararsi non razzisti, bisogna essere antirazzisti». Il  sindaco Sala e il suo entourage hanno competenze, strutture, organizzazione e soprattutto il potere per andare ben oltre le politiche di prima accoglienza. Le vere marce antirazziste, la vera accoglienza di stampo “emergenziale”, le fanno quelle realtà del terzo settore formale e informale, che con grandi fatiche e moltissimi errori lavorano in nome della dignità. Chi è a capo delle istituzioni può – e dovrebbe – fare ben altro per eliminare le barriere legislative e garantirci l’uguaglianza sostanziale. Vogliono davvero essere i fautori di una città multietnica? Vogliono davvero combattere il razzismo? Tutto questo non lo fanno le parole, le promesse e tantomeno le rappresentazioni strumentali per le foto da copertina. Questo, a dire il vero, è  lo stesso gioco della destra. Il tempo dei “razzisti di sinistra” è finito, è ora di fare antirazzismo.

*Elizabeth Arquinigo Pardo, nata in Perù, è laureata in lingue per le relazioni internazionali. Si occupa di progetti di integrazione in qualità di operatrice sociale e legale. Ha pubblicato per Peoplepub Lettera agli italiani come me.

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