
«Serve un nuovo Sanders»
Joseph Geevarghese di Our Revolution parla della situazione negli Usa e della convention del Partito democratico di agosto a Chicago, location che rievoca la storica contestazione del 1968 contro la guerra in Vietnam
L’indiano-americano Joseph Geevarghese è il direttore esecutivo di Our Revolution, il più grande tra i movimenti di azione politica progressista, lanciato nell’agosto del 2016 come conseguenza della prima campagna presidenziale di Bernie Sanders.
Ho incontrato Geevarghese a Baltimora a una conferenza stampa di Vote Uncommitted a cui ha partecipato insieme ai leader di diverse altre organizzazioni sostenitrici del nuovo ampio movimento nato in Michigan lo scorso febbraio e a personalità del mondo politico e amministrativo tra cui Josh Paul, ex-dirigente dell’ufficio per il trasferimento delle armi del dipartimento di Stato americano, dimessosi l’ottobre scorso per il disaccordo con il persistente invio di armi a Israele.
Dopo la conferenza ho parlato con Geevarghese di diversi temi, tra cui la prossima Democratic National Convention di Chicago che si ipotizza possa ricalcare quella storica del 1968 durante la guerra del Vietnam.
Come direttore di Our Revolution, occupi una posizione che è stata sia di Nina Turner, icona del progressismo afroamericano, sia di Jeff Weaver, campaign manager delle presidenziali di Bernie Sanders nel 2016 e suo senior advisor nel 2020. Quali sono gli obiettivi principali del movimento?
Il nostro scopo è fare in modo che il movimento e l’elettorato progressista coalizzatosi intorno a Bernie Sanders nella campagna del 2016 continuino a organizzarsi, al di là da chi sia il candidato o quale sia l’elezione, in modo da diventare col tempo sempre più forti. Abbiamo tre aree organizzative: la prima riguarda l’elezione di leader progressisti a ogni livello di governo perché abbiamo bisogno di persone come Bernie non solo in Congresso, ma nei consigli cittadini e nelle amministrazioni dei singoli Stati. La seconda area riguarda la lotta per obiettivi progressisti, come la fine della guerra di Gaza in questo particolare momento, ma anche il Medicare for All, il Green New Deal e tutte quelle istanze per cui Sanders si è battuto nel 2016 e 2020 e per cui sul suo esempio si sono battuti altri leader progressisti. La terza area è la trasformazione del Partito democratico, che è prigioniero degli interessi delle corporation. Vogliamo assicurarci di avere un posto al tavolo delle decisioni e di andarci con una voce forte e potente. Questa è la nostra missione. Siamo stati fondati da Sanders per continuare il movimento e renderlo sempre più grande e incisivo.
Parlando in generale del vasto movimento creatosi intorno a Bernie Sanders, comprensivo di tante organizzazioni, mi pare che mai come in questa campagna elettorale la sinistra abbia mostrato la sua frammentazione fin dall’inizio del 2023. In Congresso per esempio tutti si sono adeguati ai diktat del Comitato Democratico Nazionale che aveva blindato Biden come unico candidato, ignorando Robert Kennedy jr e Marianne Williamson anche se i sondaggi per un certo periodo li davano a due cifre, tanto che poi Rfk jr ha deciso di correre come indipendente. Quanto alla base, molti ex-elettori di Sanders e poi della Squad, il gruppo di deputati e deputate socialiste, si sono smarcati dai loro paladini con critiche che permangono anche ora che il movimento generale di protesta si è riunificato intorno alla guerra di Gaza. Condividi questa analisi?
Sì, tuttavia penso che sia importante capire che funzionari eletti come Bernie, Ro Khanna, Pramila Jaypal, Alexandria Ocasio Cortez (Aoc) hanno un determinato ruolo nel nostro movimento che è diverso da quello che abbiamo noi come attivisti della base popolare. E dobbiamo rispettarli entrambi. I funzionari eletti agiscono dall’interno e devono fare i conti con quelle dinamiche, mentre noi, che agiamo dall’esterno, dobbiamo spronarli e di solito siamo allineati sulle stesse posizioni. Ma ci sono anche momenti in cui abbiamo divergenze. Per esempio riguardo ai voti non schierati alle primarie democratiche, Bernie ha rotto sia con il movimento Vote Uncommitted sia con Our Revolution. Detto ciò sono sicuro che l’impegno di Bernie sia per la pace e per fermare l’invio delle armi americane, anche se come senatore degli Stati uniti e come persona che ha accesso diretto al presidente deve giocare un ruolo diverso. Le nostre sono differenze tattiche. C’è un vecchio detto nel mondo dell’organizzazione: nessun alleato permanente, nessun nemico permanente, solo interessi permanenti. E l’interesse comune tanto di Bernie, Aoc e gli altri politici progressisti eletti quanto degli attivisti grassroots è un interesse anticapitalistico, nonostante tattiche e strategie differenti.
Alla fine dei conti comunque è un dato di fatto che oggi esiste un movimento progressista molto più forte come conseguenza delle due corse presidenziali di Bernie e abbiamo molti più progressisti eletti di prima a ogni livello governativo.
Ci è voluta la guerra per ridare energia a quella Political Revolution che si era un po’ persa per strada.
Purtroppo sì. Ci sono sempre stati momenti nella storia in cui il movimento popolare si solleva e si carica di energia e adesso siamo in uno di quei momenti: gli studenti dei college si accampano e chiedono il rendiconto di come sono spesi i soldi delle loro rette; i contribuenti votano per protestare perché i soldi delle loro tasse sono usati per uccidere civili innocenti nel Medio Oriente. Questo è uno di quei momenti da cui vedremo emergere non solo una nuova energia progressista ma anche nuovi leader progressisti. Con questo non voglio liquidare Bernie e gli altri eletti, anche se ora non sono in prima fila, ma sottolineare quanto questo sia uno di quei momenti in cui folle intere si riuniscono e combattono con tale forza che i media devono prestare loro attenzione.
Tuttavia i media mainstream tendono a evitare questi temi e quando lo fanno, come in occasione delle proteste universitarie e degli sgomberi delle forze dell’ordine, falsano la realtà oggettiva. Io arrivo da una settimana a New York, cruciale per il «processo Stormy Daniels» di Donald Trump, e guardando la Cnn non ho visto altro che panel su questo argomento sebbene negli stessi giorni ci siano state imponenti manifestazioni pro-Palestina.
Da che parte stanno i media mainstream lo sappiamo, eppure ci sono situazioni che irrompono nei loro notiziari e, anche se le storie non sono raccontate come vogliamo noi e con onestà, la cosa è comunque importante, perché dà l’idea della forza e della vastità della protesta. Questo movimento non solo è destinato a crescere in solidarietà ed energia, ma si sta preparando per qualcosa che non passerà inosservato alla Convention Democratica Nazionale di Chicago dell’agosto prossimo. Anche se la convention in sé sarà un affare noioso perché certificherà la nomina di Biden, gli attivisti l’hanno individuata come l’evento naturale per riunirsi una volta concluse le primarie, che grazie al via dato dal Michigan ha permesso agli elettori di votare uncommitted. Al di là del rilievo del Michigan e degli altri swing states, i voti uncomitted sono ovunque importanti indicatori del livello di malcontento della gente, in particolare delle persone che di solito se ne stanno a casa e che invece questa volta sono andate a votare scheda bianca alle primarie, e riflettono quello che succederà a novembre. L’amministrazione e la campagna per la rielezione di Biden devono capire che gli attivisti stanno programmando di marciare su Chicago e che non sarà una passeggiata.
Otto anni fa alcune migliaia di attivisti pro-Sanders hanno marciato a Filadelfia per la Convention Nazionale che ha nominato Hillary Clinton e non ho visto sui media mainstream alcuna testimonianza di quello che succedeva fuori dall’arena. È vero che otto anni fa la politica estera non era in un un momento caldo come quello di oggi che ha fatto dire a Bernie che Chicago «sarà il Vietnam di Biden». Vuoi spiegarci perché?
Se Biden non approfitta adesso della possibilità di fare la cosa giusta non potrà evitare una crisi che sarebbe come quella del 1968 e che potrà davvero essere il suo Vietnam. Anche allora la Convention Nazionale si tenne a Chicago in agosto, Lyndon Johnson si era fatto da parte e il suo vice Hubert Humphrey ottenne la nomination contro il candidato anti-establishment Eugene McCarthy, mentre Robert Kennedy era stato assassinato qualche mese prima. Ciò che fece passare quella Convention alla storia fu l’enorme contestazione di massa per la pace nel Vietnam in un momento in cui la guerra, che durava già da 15 anni, aveva appena subito ulteriori escalation. Inoltre c’erano legittime proteste anche verso altre posizioni politiche del Partito democratico. Fu uno scontro epocale tra manifestanti e forze dell’ordine e anch’io credo che ci stiamo avviando verso una ripetizione di Chicago 68, a meno che Biden non cambi corso su Gaza, con un cambiamento sostanziale e non solo a parole. Gli attivisti della base non sono ingenui e capiranno se il cambiamento è reale o no. Solo con una politica radicalmente diversa si potrà prevenire l’esplosione di Chicago che per la rielezione di Biden sarebbe deleterio.
Dopo Chicago 68 ci fu l’elezione di Richard Nixon.
Sì, quello è il pericolo. Ma se Biden non cambia perderà di sicuro, perché i progressisti e gli attivisti contrari alla guerra sono moralmente sconvolti per quello che succede in Palestina. Se invece Biden cambia corso avrà almeno una possibilità di riavere i suoi elettori e di vincere. Noi lo stiamo avvisando. Se vuole che la gente di colore, i giovani e i progressisti vadano a votare la minaccia di Donald Trump non è sufficiente. Abbiamo bisogno di sapere da che parte sta Biden, se sta dalla parte dei nostri valori e dei nostri bisogni, altrimenti non credo che la gente sarà motivata a uscire di casa.
A proposito di valori e bisogni, una delle cose importanti che Biden aveva promesso era che il Build Back Better plan, il piano da 2 mila miliardi in infrastrutture e interventi ambientali, avrebbe migliorato le condizioni della working class. Però nonostante le promesse fatte Biden lo ha lasciato morire e dopo le iniziali ostruzioni anche le obiezioni di Bernie, Aoc e degli altri progressisti sono cadute. Che colpa si può imputare loro?
Innanzitutto bisogna dire che gran parte dell’agenda politica iniziale di Biden era progressista. Noi abbiamo spostato Joe Biden dal tipico democratico di centro verso posizioni molto più progressiste, cambiando davvero la sua posizione su parecchi temi. Ma bisogna riconoscere che anche dall’altra parte sono ben organizzati. Il punto non è Bernie, Aoc, Pramila Jayapal e gli altri progressisti eletti, ma il nostro movimento. Se Biden ci ha traditi e ci ha venduti a Joe Manchin, Kirsten Sinema [deputati democratici di centro e ostili alla sinistra del partito, ndr] e ai repubblicani significa che noi come movimento non avevamo abbastanza forza. Nelle discussioni legislative persone come Joe Manchin e i tanti politici come lui interessati al potere sono allineati al big money. Però se migliaia di contestatori fossero scesi in strada, se avessimo preso il controllo dei college e delle università, penso che saremmo riusciti a far passare il Build Back Better. Quindi la responsabilità non va caricata solo su Bernie e gli altri, ma sul movimento. È il solito problema della dinamica tra interno ed esterno.
Quindi mi stai dicendo che le organizzazioni progressiste non sono state abbastanza forti da portare la gente in piazza.
Sì è così, il movimento progressista non è stato abbastanza forte da mettere Biden alle strette. Ora lo siamo molto di più. Purtroppo è stata la tragedia palestinese a creare questo momento galvanizzante. Vorrei che potesse essere così anche per il Medicare for All e per tutte le altre cose di cui abbiamo bisogno, ma ora non è così. È qualcosa che dobbiamo creare o ricreare per riportare quei temi all’importanza che avevano nelle campagne di Bernie.
Cose ne pensi delle persone che consigliano Joe Biden?
Penso che siano idioti.
Vorrei in realtà che mi parlassi dell’élite democratica, come le famiglie Clinton e Obama e dell’influenza che esercitano sul partito.
L’establishment del Partito democratico non è in contatto con la gente e con le cose che vuole la gente indipendentemente dai partiti. E la stessa cosa vale per l’establishment repubblicano. Il Partito democratico e i suoi leader sono totalmente collusi con il capitale e il potere delle corporation. Il capitale e i dirigenti delle corporation hanno un’influenza che ha superato ogni limite sulla leadership democratica e questo è il problema fondamentale. In Congresso solo Bernie, Pramila, la Squad e pochi altri stanno dalla nostra parte. Per questo motivo dobbiamo continuare a organizzarci. Anche se diventa sempre più difficile per l’enorme quantità di denaro di cui loro dispongono e che investono in corse chiave, come quelle di Cori Bush, Ilhan Omar, Jamaal Bowman, perché sono dei veri leader.
In effetti già l’Aipac da solo sta spendendo 100 milioni di dollari nelle primarie democratiche per sconfiggere i membri della Squad, senza contare i soldi che arrivano dalle big corporation. Eppure nonostante tutto Lee Summer, che era altamente a rischio in Pennsylvania, ce l’ha fatta. Quali sono le altre battaglie prossime a cui bisogna prestare attenzione e non solo relativamente ai componenti della Squad ma a nuovi candidati?
Un nuovo candidato di grande pregio per il movimento progressista è l’asiatico-americano Dave Min della California del sud, che ha già vinto le primarie per il seggio alla Camera lasciato libero da Katie Porter, candidata al Senato. Min se la dovrà vedere a novembre con il candidato repubblicano. Un’altra persona su cui abbiamo investito tanto ma che purtroppo non ce l’ha fatta alle primarie in Oregon è invece la sorella maggiore di Pramila Jayapal, Susheela, la cui principale avversaria è stata sommersa da milioni di dollari per il timore che un’altra Pramila arrivasse in Congresso. Sebbene uno dei nostri obiettivi sia fare eleggere nuovi progressisti, la maggior parte degli sforzi di Our Revolution e delle altre organizzazioni progressiste si è dovuta concentrare sulla difesa dei nostri leader eletti invece di allargare il campo del nostro piano di attacco. Ci sono milioni e milioni di dollari di denaro sporco speso contro di noi e che sta veramente minacciando quei campioni come Bowman, Bush, Omhar e altri ancora che il Congresso non può perdere.
C’è qualcosa di particolare che state organizzando in previsione della Convention di Chicago al di là delle manifestazioni di protesta?
Sì. Insieme ai Dsa (Democratic Socialists of America) e alla State Democratic Party Network abbiamo lanciato una piattaforma di priorità progressiste che abbiamo chiamato Progressive Power Platform, che comprende, oltre al cessate il fuoco permanente e una sostanziale revisione della politica verso Israele, anche diverse altre tematiche fondamentali per i progressisti. Stiamo organizzando i nostri delegati affinché se ne facciano portavoce alla Convention in maniera forte e combattiva, facendo capire che siamo pronti a combattere in ogni modo per quella piattaforma e che quindi è nell’interesse della campagna di rielezione di Biden cercare di minimizzare i contrasti.
*Elisabetta Raimondi è stata docente di inglese nella scuola pubblica. È attiva in ambito teatrale ed artistico, redattrice della rivista Vorrei.org per la quale segue dal 2016 la Political Revolution di Bernie Sanders.
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