«Non ti fidare di chi ha più di trent’anni» recita lo storico adagio della controcultura statunitense. Serviva (anche) a rispondere provocatoriamente a chi vedeva nelle lotte dentro le università la longa manus della potenza straniera nemica o di chissà quali trame adulte. È una potente affermazione di autonomia generazionale: nel momento in cui ci si affaccia allo spazio pubblico si ha il diritto di rivendicare la rottura con le storie precedenti. In questo numero ci occupiamo di questa rottura, traducendo anche alcuni articoli del n. 61 dell’edizione statunitense di Jacobin.
Come sottolinea Lorenzo Zamponi, la Gen Z si ritrova in una società che invecchia e che ha lasciato molte macerie. È giusto analizzarne le caratteristiche soggettive ma è necessario anche considerare questo contesto, che determina da un lato la crisi della partecipazione organizzata e dall’altro un attivismo di tipo «iperpolitico». Nelle voci di alcuni collettivi di questa nuova leva, raccolte da Salvatore Cannavó, emerge la consapevolezza di dover rompere la solitudine per costruire alleanze: la posta in palio è l’uscita dalla catastrofe. Caterina Manicardi dà conto di un’inchiesta condotta dal Forum disuguaglianze e diversità con tremila adolescenti tra i 17 e i 19 anni. Ne emerge una consapevolezza diffusa che si scontra con la fine della politica di massa e la diffidenza di una società gerontocratica.
Del resto, sottolinea Giuliano Santoro, i tanti provvedimenti securitari e repressivi del governo Meloni possono essere letti come misure contro i giovani, l’espressione del dissenso e le loro forme di vita. Uno dei folk devil di fronte ai quali i media aizzano il panico morale è la figura del cosiddetto «maranza», approfondita da Alice Ridolfi. Gabriel Seroussi, invece, si focalizza sul rap e le sue ambivalenze: raccoglie le tensioni sociali ma in larga parte ha rinunciato a cambiare il mondo. Ricorderete che il primo decreto del primo consiglio dei ministri presieduto da Giorgia Meloni conteneva una misura contro i rave, ecco perché Linda Barbieri racconta il modo in cui i free party continuano a sottrarre spazi, tempo e socialità a consumo e controllo. Accade in territori devastati dalla precarietà, come evidenzia Silvia Mazzaglia addentrandosi nella città-fabbrica degli eventi che produce in serie lavoretti no future. Proprio di disegnare città si occupano videogiochi largamente diffusi come Minecraft: sono organizzati in base a logiche neoliberiste, nota Natasha Lasky, ma conoscono anche hackeraggi «da sinistra» nei quali vengono premiate cooperazione e solidarietà.
A questo punto intervengono dagli Usa Daniel Martinez HoSang, Elizabeth Torres-Griefer e Minali Aggarwal. Nei mesi scorsi anche l’Economist ha diffuso l’allarme sulle nuove generazioni occidentali attratte dal socialismo. I tre confermano questa tendenza ma sottolineano anche il rischio che la destra, trascinata dai suoi influencer, finisca per raccogliere con maggiore efficacia la rabbia anti-establishment. Valerio Renzi, dal canto suo, spiega come, per la prima volta dal dopoguerra, la nuova generazione di estrema destra non debba più nascondersi e possa esprimere esplicitamente linguaggi reazionari.
Una delle arene che ha rappresentato di più la sensibilità delle fasce giovanili è stato il movimento ProPal. Donatella della Porta spiega come la reazione allo shock del genocidio a Gaza abbia creato nuovi spazi e rivitalizzato quelli preesistenti. Dentro questo movimento ci sono anche i giovani palestinesi, le cui caratteristiche vengono descritte da Laila Hassan. Intervistiamo poi i Kneecap, la band irlandese che attorno alla questione palestinese ha dato voce, in forma sarcastica e provocatoria, alla rabbia di questa generazione. Prima ancora le piazze erano state invase dai Fridays for Future, che hanno trasformato la paura per il collasso climatico del pianeta in potenziale energia di cambiamento, come ricostruisce Lorenzo Tecleme. Mentre Simona Rosati, nel suo inserto a fumetti, racconta le sperimentazioni politiche nelle periferie delle città.
Quando si parla di «giovani» è inevitabile ritrovarsi di fronte ai sermoni di adulti affermati e arroccati nel proprio privilegio che predicano sacrifici e restaurazione dell’autorità: Christian Raimo analizza questo specifico genere letterario nella ghigliottina di questo numero. Le accuse spesso riguardano il fatto che chi ha meno di vent’anni non sia disposto a «sudare» come un tempo. Allora Danilo Corradi indaga l’ansia da performance figlia dell’ideologia neoliberale che affligge la Gen Z. Di stress si occupa anche Megan Erickson, sottolineando come l’aumentato ricorso alle terapie psicologiche possa tradursi nel tentativo di annullare i conflitti per indirizzare all’adattamento. A questo proposito, è impossibile non pensare alle tracce lasciate dalla pandemia in questa «Generazione lockdown», come evidenzia Marina Ciampi.
Siamo di fronte anche alla prima generazione che adopera le reti sociali digitali come spazio di intimità. Non ci sarebbe niente di male, afferma Cosimo Marco Scarcelli, se non ci fosse il vuoto di politiche pubbliche che trasforma questa opportunità in un rischio. Anche su questo fronte si registrano mobilitazioni e prese di parola. Come quelle, riportate da Giada Bonu Rosenkranz, in risposta al femminicidio di Giulia Cecchettin che hanno finito per scontrarsi con la resistenza all’introduzione di forme di educazione al genere, alla sessualità e all’affettività nelle scuole.
In chiusura, prima di un paradossale Oroscopo, trovate un saggio di Lauren Fadiman sull’invenzione dei teenager nel corso del New Deal statunitense e sull’evoluzione di questa costruzione sociale e culturale che ha molto a che fare con il consumo, ma anche con la conquista del tempo libero.

