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Senza pace

Redazione Jacobin Italia 15 Giugno 2022

La crisi della globalizzazione fa tornare la geopolitica. La propaganda bellica mostra l'inesistenza della conoscenza indiscutibile dei fatti. Le mire imperialiste russe e la gestione imperiale Usa del mondo producono due guerre sovrapposte

Sull’invasione russa dell’Ucraina precipitano due tendenze degli ultimi decenni: la storia presenta il suo conto. Da una parte c’è una forma di capitalismo anti-liberale (la cui esistenza stessa smentisce le profezie sul fatto che la vittoria del capitalismo globale avrebbe implicato il trionfo della democrazia liberale) che ha bisogno di spazio vitale e guerre di conquista. Dall’altra, un Occidente che non riesce a uscire dalla gabbia della Guerra fredda e/o dello «scontro di civiltà» e che di fatto crea le condizioni per un’escalation globale del conflitto in corso. 

Sono queste le due guerre di cui ci occupiamo in questo numero di Jacobin Italia. Vengono messe a fuoco dai contributi di Salvatore Cannavò e Ida Dominijanni. Sui due versanti del fronte si muovono i testimoni diretti cui abbiamo chiesto di raccontarci come si vive e si lotta in tempo di guerra. Ilya Budraitskis, saggista ed esponente della sinistra radicale russa, discute con Piero Maestri. Nadia De Mond dialoga con Ella Rossman, militante della Resistenza femminista contro la guerra. Maria Chiara Franceschelli costruisce il profilo del femminismo russo e delle voci dissidenti contro l’aggressione di Putin. Dal lato ucraino, Stefanie Prezioso ha incontrato e raccolto le voci degli attivisti di sinistra e redattori della rivista Commons Zakhar Popovych e Vitaliy Dudin. Monica Usai racconta una delle carovane in Ucraina e l’impegno concreto dei pacifisti per gettare ponti oltre l’orrore del conflitto. 

Dove sta la verità? Donatella Di Cesare ci ricorda che è necessario diffidare di rivelazioni preconfezionate e che alla realtà bisogna approcciarsi in forme collettive e critiche, soprattutto in tempi di guerra. A proposito di verità e narrazioni tossiche: Giorgia Serughetti sottolinea la coincidenza emblematica del fantasma della cosiddetta cancel culture, evocato sia dai reazionari di casa nostra che dall’autocrate del Cremlino.

Dentro il mosaico impazzito delle nazioni nate dallo sfarinamento dell’Unione sovietica descritto da Maria Izzo si scontrano i nazionalismi e riemergono i fascismi. Analizzando il fenomeno dei foreign fighters sul campo di battaglia, Tommaso Chiti descrive in che modo l’estrema destra abbia puntato le proprie fiches su entrambi i fronti: approfitta di certo Atlantismo integralista che specula sulla vicenda ucraina da una parte ed è attratto dalla narrazione sull’Eurasia che informa l’ideologia del regime di Putin. Marcello Musto ricostruisce la genealogia del rapporto tra sinistre e guerra nel Novecento e ci ricorda che la ragion d’essere dei movimenti socialisti e comunisti è proprio quella di non schierarsi negli scontri tra potenze. E alla scelta pacifista è dedicato anche il poster estraibile di questo numero disegnato per noi da Gianluca Folì.

Questa guerra è anche frutto del riassetto dei poteri dentro la globalizzazione: o meglio, della sua paradossale «crisi da successo» che ha generato asimmetrie e nuove polarità, che vengono sintetizzate dalle nostre infografiche. Anche se non si tornerà indietro, segnalano Marco Bertorello e Danilo Corradi. Guendalina Anzolin e Francesco Campolongo evidenziano l’assenza di una politica economica europea. E Alessandro Bonetti individua alcuni dei tasselli necessari per una politica economica che agisca a monte, e non solo a valle, del processo produttivo. 

Infine un dialogo tra la giornalista d’inchiesta Azmat Khan e lo studioso Anand Gopal che, sulla scorta delle loro osservazioni sul campo, si confrontano sulle mostruose cifre delle vittime civili delle recenti operazioni militari condotte dagli Stati uniti. Un punto di vista poco raccontato dal mainstream: le guerre imperiali prima di questa, che torna a mostrarsi con il suo portato di sangue e macerie, apparivano quasi sempre come pulite, chirurgiche, precise. I dati dimostrano il contrario.

Il n. 45 dell’edizione statunitense di Jacobin alla quale dedichiamo l’ultima parte della rivista si occupa delle infrastrutture e del loro ruolo strategico nel definire politiche economiche e rapporti di potere. Come nel caso di quelle idriche: Hadas Thier passa in rassegna l’azzardo delle privatizzazioni dell’acqua. Marianela D’Aprile racconta l’incredibile storia della Alden StaRRcar, tentativo di combinare trasporto pubblico e privato negli Stati uniti degli anni Cinquanta. Ci sono poi le infrastrutture finanziarie: la truffa delle criptovalute è rappresentata dall’illusione che esse possano democratizzare il sistema del calcio, scrive Dave Braneck. E le infrastrutture digitali: Fraser Watt affronta il tema della rete e della necessità, democratica prima ancora che redistributiva, che torni a essere pubblica. 

La rivoluzione non si fa a parole. Serve la partecipazione collettiva. Anche la tua.

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